Il blog di Gago 3.0

Un blog collettivo di Simone Bedetti, Luca Bottura e Gian Giacomo Rosiello

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mercoledì, 31 agosto 2005

GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di vetrofanie male applicate all'università di Uusikaupunki e di problematiche connesse al sudoku all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)


"No, niente, mi chiedevo: 54 euro al mese per Sky e non solo c'è più il Bologna, ma mi tocca di guardare Flushing Meadow su Eurosport col commento di due pitocchi qualunque invece di Clerici e Tommasi, e senza mai vedere un italiano che sia uno perché il segnale europeo è unificato e col piffero che mandano in onda Sanguinetti, Volandri e compagnia. Inoltre Sky sport fa solo repliche da tre mesi. E mandarli a cagare? Grazie a tutti".

postato da: bravimabasta alle ore 22:59 | link | commenti (4)
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 CERTASTAMPA


Luca Bottura per l'Unità e/r


Pezzi di merci

Rfi (che è poi Trenitalia in uno dei suoi più riusciti travestimenti) comunica che ieri mattina alle 6 "alcuni carri vuoti di un treno merci sono sviati mentre il convoglio transitava a Gaibanella, nel Ferrarese, sulla linea Ferrara-Ravenna". Non fosse che Rfi aggiunge come non ci siano stati feriti, la notizia sarebbe di nessun conto: se i treni sviano, si fermeranno da qualche parte. Solo che quel “sono sviati” in italiano corrente starebbe per “sono deragliati” (o hanno deragliato, dipende dai dizionari). Ci permettiamo dunque di consigliare a Rfi, Trenitalia o chi per loro, di dare alle stampe quanto prima un vocabolario ferroviario-italiano con cui il viaggiatore possa accedere più agevolmente alle informazioni. Qualche voce, per cominciare: "ritardo di mezz’ora", in ferroviario si dice "ritardo di cinque minuti". "Non sappiamo dove sia il treno", si dice “per aumentato ritardo, il treno viaggia con ritardo imprecisato”. “Me ne batto se l’aria condizionata è spenta, le carrozze sono sporche e sul suo posto c’è seduto un altro” si dice “Non è di mia competenza”. E “presa per i fondelli sui deragliamenti” si dice “Comunicato stampa”.

luca@bottura.net (gago.splinder.com)
postato da: bravimabasta alle ore 21:30 | link | commenti
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IN MINIERA!

(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)


" Inarrivabili i soffici "blinis" al Beluga di casa Putin. E' la vecchia ricetta del cuoco di Breznev ".


Commento Vuoi farci capire che questa te l'ha detta direttamente Lui, non è vero vecchio gagà?
postato da: bravimabasta alle ore 17:01 | link | commenti (3)
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GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di sensori per la retromarcia all'università di Uusikaupunki e di fenomenologia del Mereghini all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)



"Oh, ma Sara Varone, quella per cui Perone ha lasciato la Ferilli, sarà mica la sorella maggiore di Sara Varetto di Skytg24? Grazie a tutti".

postato da: bravimabasta alle ore 16:56 | link | commenti
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ORMAI SONO COSI' VECCHIO CHE...

(rubrica millenaristica)


...mi ricordo quando Sgarbi sparava ancora sui giudici e a sinistra ci faceva schifo.
postato da: bravimabasta alle ore 16:55 | link | commenti
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GAGO NEWS



Flash> Caso Fazio: a sorpresa, si è dimesso Carraro.

postato da: bravimabasta alle ore 10:44 | link | commenti (2)
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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 



DIFFICILE avere un'idea certa sul caso Collina. Difficile capire cioè se il migliore dei nostri arbitri abbia fatto bene o male a rassegnare le dimissioni e se a monte c'è stato qualcuno che per liberarsi del migliore dei nostri arbitri ha ordito una trama. Sappiamo bene quanto uno bravo dia fastidio agli altri della stessa categoria. Perché non pensare quindi che qualche collega, si fa per dire, di Collina si sia dato da fare a che l'incompatibilità tra testimonial e arbitro (per semplificare) esplodesse? Non so come andranno a finire le cose. Mi piacerebbe, per esempio, che Collina diventasse designatore degli arbitri, assumendo un ruolo dirigenziale. Sarei lieto insomma che uno bravo e in grado di aiutare il calcio italiano in questo momento non facile non si defilasse.



TraduzioneSperiamo di averlo come ospite, signora mia.

postato da: bravimabasta alle ore 10:42 | link | commenti (1)
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GAGO NEWS


Flash> Dopo la Fallaci e i seguaci di Lefebre, Benedetto XVI riceverà nei prossimi giorni l'uragano Katrina.

postato da: bravimabasta alle ore 10:37 | link | commenti (3)
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo)


Churchill diceva che «è molto difficile avere degli alleati ma non c'è niente di peggio che non averli». Churchill però non conosceva Follini. .

(Titolo "Alleati")


Commento Brrrr.

postato da: bravimabasta alle ore 10:23 | link | commenti (1)
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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO



(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)


Luca Bottura


CAPALBIO



Giacomo Marramao è ancora lì. Probabilmente seduto allo stesso tavolino da vent'anni, quando il Serra lo intercettò fresco di doccia nella sua caccia agli intellettuali di Capalbio. Anche il cappuccino dev'essere lo stesso, e c'è caso che nel frattempo si sia freddato. Né il contesto sembra cambiato: "Il frantoio" di Maurizio Rossi, il suo bancone di legno, la libreria che occupa un angolo del locale. Segnali di un benessere colto e - scusate la bestemmia - progressista che sembra fatto apposta per far incazzare i commentatori di governo. Quelli che, al massimo della virulenza intellettuale, strabuzzano gli occhi per far capire che ora la sparano grossa. Poi gorgogliano: "Il cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Ahahahaha".
Marramao è lì, e non si sottrae al confronto tra presente e passato. Tanto più che Capalbio, due decenni dopo, sembra aver ritrovato una sua centralità. Merito dell'hit estiva incisa da un noto comico (tormentone: "Le ragazze bene mi guardano male"), delle paparazzate di Dagospia al seguito della panzetta di Rutelli, e della discussione sul tracciato della nuova autostrada. Che dovrebbe dare ossigeno all'Aurelia ma rischia di toglierne a questo borghetto, già ferito dalla recente costruzione di un parcheggio grande come una portaerei. Sta all'ingresso del paese. Doveva ospitare frotte di pensatori. E' sempre deserto.
Marramao, dicevo. E vediamo se al terzo capoverso mi riesce di farlo parlare. Quantomeno per contestualizzare l'amarcord, la scuola di Capalbio, il periodo in cui teoria e prassi della famosa egemonia culturale passavano di qui. "Fu tutto molto casuale", mi spiega pazientemente. "Un'aggregazione spontanea di gente che fuggiva dal blablabla romano e non aveva paura di stare senza luce e senza telefono. Io il mio l'ho messo su nel '90. All'inizio nessuno sapeva degli altri. Quando arrivai qui, ci trovai Asor Rosa. Poi ci raggiunse Daverio (quel Daverio? Sì. ndr). E finalmente Occhetto, guidato dallo stesso spirito avventuroso che lo illuminava in politica. Mi ricordo che la prima discussione sul cambio di nome del Pci avvenne proprio qui, nell'estate dell'87. Io proposi Partito democratico italiano. C'è anche una poesia di Manacorda in proposito".
"Se ne riparlò - prosegue il filosofo, affabulatorio e vagamente ipnotico - per la festa dei miei quarant'anni, alla trattoria da Maria. C'erano Cacciari, Occhetto, Nicolini. Che insisteva per lasciare le cose come stavano. Spesso, però, mi chiedo cosa è rimasto della svolta. Oggi il discrimine tra centrodestra e centrosinistra rischia di essere soltanto l'onestà personale, mentre servirebbe un'altra idea dell'Italia. E, per elaborarla, un nesso con la cultura che non sia esclusiva ricerca dell'adulazione. Il Pci, pensiamo solo a Pasolini, coltivava l'indipendenza degli intellettuali. Adesso si preferiscono quelli affidabili".
Saluto il professore con una stretta di mano felpatissima (non so perché, ma mi sembrava di essere a un'esame universitario) e, su soffiata di Veruska, la figlia di Rossi, che è gentile quasi quanto è bella, mi dirigo verso la consorte di Claudio Petruccioli, altro protagonista di ciò che resta del cenacolo. Sta comprando un libro. E' cordialissima. "Ah, rifai il viaggio di Michele Serra. E su che macchina?". Prima di realizzare che sto parlando con Giovanna Nuvoletti, la grande fotografa Giovanna Nuvoletti, Giovanna Nuvoletti Agnelli, e che dunque me l'ha chiesto perché vent'anni fa l'auto era una Panda, ho già risposto: "La mia, la mia. Ormai la Fiat fa le felpe". Siccome è una signora, si siede comunque a tavola con me. E racconta: "Perché Capalbio? Perché eravamo giovani e squattrinati. Perché c'erano tanti intellettuali? Perché qui non ci si può arrivare in barca".
Segue un dettagliato excursus che su un punto collima con quello di Marramao: la nostalgia di Occhetto. "Non viene più, ma era l'anima di tutto. Spiritosissimo, brillantissimo. Cucinava benissimo il pesce. Anche Daverio cucinava. Aveva messo su un ristorante, perdendoci un sacco di soldi. Noi invece bevevamo. Bevevamo lo Svitamilfegato, un cocktail di pessima sangria, vino cattivo e brandy di scarsa qualità. Ed eravamo felici. Facevamo il bagno nudi, ed eravamo innocenti. Come massimo dello svago, ascoltavamo il salumiere del paese che suonava in una filarmonica improvvisata. Malissimo. Finché non arrivarono quelli col ragù di cinghiale": Chi? "Quelli col ragù di cinghiale. L'ultima ondata. Veniva a fare vip watching di cervelli. Ti invitavano a cena come oggetto ornamentale e giù con le pappardelle al ragù di cinghiale, per far vedere che non badavano a spese. In agosto. Poi andavano al mare, sovraccarichi di asciugamanoni pagati un tanto al chilo. E si lamentavano ché non c'erano le cabine".
Oggi? "Oggi è cambiata la ratio. Ratio è una parola latina, si scrive con la t. S'è persa l'identità. Vai a una festa e ci trovi il catering. Due marroni… C'è un turismo ungulato che ha stravolto l'ecosistema. E anche in spiaggia… pensa che adesso ci va pure Lilli Gruber, mi dicono. Comunque io a Capalbio voglio viverci fino a che campo. Anche se qualche negozio in più non guasterebbe. Scrivilo, questo". Lo scrivo, in cambio del telefonino del marito. Giovanna mi consiglia di mandargli un sms, così parliamo de visu. O forse capisco male. Perché Petruccioli prima risponde che non è in casa, quindi che è a Roma. Sto per insistere. Poi, per fortuna, ricordo come congedò il Serra: "Capalbio è un posto unico perché nessuno rompe i coglioni".
La tappa conclusiva è una tautologia: l'Ultimaspiaggia, stabilimento che ha trasformato la spiaggia libera dell'85 in una spiaggia liberal (mi scuso per la sciarada da titolo dell'Espresso). C'è chi l'accusa di aver snaturato la purezza originale del luogo. Di certo l'ha reso più frequentato: il primo impianto della zona, per sfruttare il nome di grido all'epoca, si chiamava "Ansedonia 2". Con tutto che Ansedonia è a venti chilometri. Oggi c'è chi si spaccia per Capalbio anche se sta a Montalto di Castro.
E' l'una. Fuori, ombrelloni di legno in numero ragionevole e un'aria piacevolmente antica che neppure un manifestino troppo colorato - annuncia una sfilata di moda intima - riesce ad annacquare. Dentro, nel grande gazebo, una coda interminabile che ansima in direzione del bancone. Pronta a spendere 8 euro per una caprese, o un piatto di pasta fredda. Sopra il bancone dei gelati, un totem di ospiti famosi in déshabillé : Petruccioli, appunto. Rutelli. Andrea Purgatori, Chicco Testa. Jovanotti, Scalfari, Bassanini. Ma anche Alberto Tomba, D'Agostino, Gigi Marzullo vestito da capo a piedi. Barbareschi. E uno scoop: Cecchi Paone che abbraccia una ragazza.
Riccardo, uno dei quattro soci, mi conferma un'altra indiscrezione. Pure Adornato si serve lì. Dall'87. Dunque almeno una cosa da vent'anni in qua non l'ha cambiata. Ma c'è anche molta nostalgia per un grande del passato. Indovinato: Occhetto. "Noi - mi dice Riccardo - gli dobbiamo molto. E' stato il nostro testimonial involontario. Ha cambiato il Pci e ha cambiato Capalbio. I famosi baci con Aureliana, quelli che finirono sul Venerdì di Repubblica, se li diedero qui dietro. Ricordo che ci chiese un parere sulla qualità delle foto. E che gli facemmo trovare la sua faccia fotomontata sul corpo di un modello. L'abbiamo nel cuore".
A questo punto manca un solo testimone: Philippe Daverio. Che da Milano, dove sta registrando il suo programma per Raitre, racconta una "Capalbio di calciatori e veline" che francamente non ho visto. Ne descrive l'evoluzione in tre fasi: "Il convivio, quando c'eravamo noi. La fase mondana, divertente. E quella caciarona di oggi". Ricorda che ai suoi tempi organizzava corse a cavallo con premi in denaro e in natura: "Certi prosciutti…". Sostiene che "a Capalbio ognuno s'è mangiato un pezzo della bestia, e la bestia ormai muore" e che questo "è stato reso possibile dal decentramento politico, che conferisce potere a una classe dirigente di uomini mediocri". Obietto: ma lei non governava con la Lega? Risponde: "Appunto, ho visto da dentro. E non è che a Milano con Albertini sia messa meglio".
Ma soprattutto, Daverio mi conferma che Occhetto era quantomeno un ottimo cuoco. E che manca pure a lui. E' il segnale che devo fare qualcosa. Telefono anche al segretario. Accorato. Gli dico di Marramao. Di Daverio. Dell'Ultimaspiaggia. Di Veruska. Di Giovanna Nuvoletti. Tutti vogliono che l'isolamento finisca, che torni qui. Mi risponde che ci torna anche domani, che s'è solo spostato venti chilometri più a nord perché gli era scaduto l'affitto. Mi sa che non era 'sta impresa.
Infine, mi rivela i piatti che irroravano il dibattito: ("Acquacotta e bouillabaisse, una variante marsigliese del brodetto"), l'unico atto concreto compiuto a Capalbio ("Asor Rosa direttore di Rinascita") e il giorno in cui decise la svolta: "Mi accorsi che un mondo crollava, pensai fosse giusto a cambiare. Ero in spiaggia, lì dove è lei ora".
Con chi, segretario? "Da solo".
luca@bottura.net

postato da: bravimabasta alle ore 10:20 | link | commenti (4)
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martedì, 30 agosto 2005

ORMAI SONO COSI' VECCHIO CHE...

(rubrica millenaristica)

...mi ricordo quando Curzio Maltese faceva ancora articoli divertenti.
postato da: bravimabasta alle ore 21:41 | link | commenti (2)
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 CERTASTAMPA


Luca Bottura per l'Unità e/r


W la rima

Poesia per Scalfarotto, candidato rimbalzato, che giammai frequenterà, la Festa dell’Unità. Lui voleva, poveretto, metter giù qualche banchetto, per raccogliere le firme, illustrare due riforme, e dotare di struttura questa sua nuova avventura. Ma siccome anche la Quercia, qualche volta è un filo guercia, gli hanno detto: non si può, qui alla Festa proprio no; non son questi i giusti modi, noi votiamo tutti Prodi. Ora dico, ma per Dio – voto Prodi pure io – val la pena ‘sto casotto per fermare Scalfarotto? Tra una stand alla maga Ines, uno ai mobili di Vanes, cosa costa un po’ di spazio, che ci eviti ogni strazio? Uno sforzo, questo basta, per ovviare al qui pro quo, e mostrare agli elettori che davvero non si può, boicottare questo mondo, che produsse il girotondo, e che devi intercettare se al governo vuoi tornare. Ché se questo giovanotto, e chi lo preferirà, tra sei mesi s’è già rotto, e alle urne non ci va, rifacciamo un altro botto, che di qui all’eternità, ci regala sui (censura) sei governi Berlusconi. Perciò dico a Scalfarotto che non deve disperare: se alla festa di cui sopra per davvero vuole entrare, apra una concessionaria di vettura molto chic, e rinchiuso nel suo stand al votante passi la Bic.
luca@bottura.net
postato da: bravimabasta alle ore 20:42 | link | commenti (2)
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IN MINIERA!

(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)

" A baia Chia molte sportive fanciulle ricordano il perfetto, ferragostano stile wind-surf di Vittorio Colao. Le onde avverse non lo hanno fermato. ".

Commento A Ferragosto? E perché non ci racconti cos'è successo ad aprile, vecchio gagà?
postato da: bravimabasta alle ore 15:54 | link | commenti (3)
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BELLA LA VITA (rubrica fotografica su gente che se la gode)

postato da: bravimabasta alle ore 15:46 | link | commenti (7)
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 HO SOGNATO GIULIANO FERRARA MAGRO - I DREAMED THAT GIULIANO FERRARA WAS THIN  (rubrica che rivendica il diritto all'utopia)

"Lo scopo principale è cominciare a pensare in termini di istanti di tempo, senza dover per forza supporre che questi siano parte di un flusso, di qualcosa che scorre in avanti senza posa. Per me, gli istanti di tempo sono oggetti reali, che identifico con le possibili disposizioni dell’universo momento per momento: sono configurazioni dell’universo, in sé perfettamente statiche e atemporali" (Julian Barbour, La fine del tempo)

postato da: bravimabasta alle ore 15:25 | link | commenti
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 SE ANCHE VELTRONI FA IL CRITICO CINEMATOGRAFICO SIGNIFICA CHE C'E' POSTO UN PO' PER TUTTI (rubrica di cinema a cura di Paolando Mereghini, titolare dell'omonima guida pubblicata da Baldini e Feltroldi e che da quando segue gli approfondimenti di Gianni Canova su Sky Autore è invecchiato di quarant'anni)

"Oh, volevo solo dire che ho catalogato i pornazzi che mi son scaricato da Internet dentro una directory del computer di Gianni Baget Bozzo sotto il nome di 'film artistici'. Uah uah uah uah, sarò una sagoma? Grazie a tutti"

postato da: bravimabasta alle ore 15:20 | link | commenti
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GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di autoironie patetiche all'università di Uusikaupunki e di rotazione degli pneumatici per farli durare ancora un po' all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)

"Oh, sto guardando su Sky TG24 il talk show di informazione Sky Pomeriggio estate o una cosa del genere, condotto da quella gnocchetta grintosetta  di Valentina Bendicenti. Dunque, stanno parlando della paura degli aerei e c'è pure in studio Loredana Lecciso! Ma porcaccia la miseriaccia, uno paga cento delle vecchie carte per scappare dall'Italia sul Due e adesso se la ritrova sul satelite! Ma io so chi è stato la Mente di tutto questo, e se becco Paolo Mieli gli pianto un ficus benjamin sulla pelata. Comunque per il resto tutto ok. Grazie a tutti."

postato da: bravimabasta alle ore 15:16 | link | commenti (1)
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GAGO NEWS

Flash> La faccia di Marco Mazzocchi è stata rivendicata da Al Qaeda.

postato da: bravimabasta alle ore 15:12 | link | commenti
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo


Fini sostiene che «Pera non è un becero razzista». E’ talmente vero che infatti nessuno lo ha mai accusato di essere becero.

(Titolo "Talmente")


Commento Beh, onestamente caruccia.

postato da: bravimabasta alle ore 10:42 | link | commenti (6)
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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 



SONO in molti a pensare che l'omeopatia sia solo un effetto placebo. Sono lo stesso in molti a pensare che l'omeopatia possa curare esattamente come la medicina ufficiale. Ritengo però che anche le più affidabili e austere riviste scientifiche internazionali debbano usare cautela nel dare in maniera drastica alcune informazioni. Non mi sono mai curato omeopaticamente ma conosco persone che lo fanno da anni con successo. Non credo, come pensano molti, che l'omeopatia non ha avuto il credito dovuto in quanto avrebbe mandato in crisi la farmacopea allopatica, cioè quella ufficiale. Penso che non si debba esagerare né nel gridare al miracolo e neppure nel relegare all'effetto placebo un comunque articolato sistema terapeutico.



Traduzione"Non credo che l'omeopatia ha avuto il credito", signora mia.

postato da: bravimabasta alle ore 10:39 | link | commenti (1)
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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO


(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)


Luca Bottura


LIDO DI ROMA



Probabilmente si chiama Radio Radio perché parlano parlano tutto il giorno giorno. Soprattutto di calcio calcio. Roma Roma, Lazio Lazio.
E’ il segnale sonoro che la Toscana è alle spalle, e che la Capitale si avvicina. Con tutto il suo portato di alto e basso impero. Se fin qui, nell’etere, si erano alternati quasi soltanto circuiti nazionali ed emittenti fatte col bricolage, Roma persegue una via tutta sua: ospiti telefonici siderali (giornalisti di vaglia, anche telegrafico, star di prima grandezza, addirittura pippobaudo in persona) e spot per il pizzettaro sottocasa. Informazione ultraprofessionale mischiata a un gigantesco Dagospia di parole. Tutto nello stesso contenitore. Badando bene a mantenere un sottotesto popolaresco che rassicuri l’ascoltatore abituale. Se poi ascoltatore abituale non sei, l’effetto moschicida è lo stesso. E ti ritrovi a percorrere tutto il litorale ascoltando “L’Isola che non c’è”, lo show di Furio Focolari, l’ex cantore Rai delle gesta di Tomba, quello che definiva la Bomba “l’unico sciatore che riesce a tenere gli sci larghi ma uniti”. Oggi ha cambiato partner (il fratello Avio), tematiche (il presunto –testuale – rincoglionimento di Al Bano) e slogan: “Ricordatevi che un euro non vale mille lire ma quasi due”. Eppure fa quasi ridere come un tempo.
Passata Civitavecchia, Santa Marinella, il mare macchiato di grigio, la canea di cristiani che si ammassano in venti metri di bagnasciuga, l’Aurelia regala all’improvviso una dominante smeraldo. E’ la teoria di Ferrarelle vuote che scorta il viandante fino a Ladispoli, s’interrompe per qualche miracoloso centinaio di metri, riprende senza soluzione di continuità e non ti lascerà più fino al Circeo. Una situazione preoccupante. Soprattutto per la Ferrarelle. Tra le sterpaglie bruciate dal sole, infatti, s’avanzano anche diverse bottigliette di acqua Rocchetta. E Lete. Le quote di mercato evidentemente si stanno redistribuendo. Il brand, forse, non è più forte come un tempo. Urge programmare una riunione di marketing. Magari qui, sul ciglio della strada, per capire al meglio come si orienta il consumatore. Prima di lanciare dal finestrino.
Fregene è quello che ti aspetti. Periferia applicata al mare, non bene. Stabilimenti anche grandi, tipo Toni, 16 euro tra ombrellone e lettino, che riproducono modelli alimentari da gita fuoriporta: la pasta e ceci, i supplì, le patatine Mangiare fuori restando in camper, praticamente. In una dimensione familiare che prescinde a forza da quello che c’è davanti (la foce del fiume Arrone, che a contatto con l’acqua salata guadagna una “m”) e da ciò che sta dietro: una teoria di mini-condomini anni ’70 con vista sui ristoranti. Tutti uguali, tutti con lo stesso puzzo di fritto non freschissimo.
In piccolo, però, trovi riproposto ciò che ascolti per radio. Miseria e nobiltà, miscelate in percentuali variabili. Cartelli che intimano di parcheggiare nelle strisce, ma le strisce, sempre che esistano davvero, sono sepolte da cumuli di sabbia. Tupperware di spaghetti portati da casa, ma anche un tizio che passa con la pistola ad acqua e spara vodka-lemon in bocca a chi la desidera. Come al Pineta di Milano Marittima.
E Angelo Di Livio, il calciatore. Con la consorte, seduti insieme ai bambini appunto da Toni. Consapevoli di stare, anche fisicamente, ad anni luce dal pallone in vacanza. Quasi con pudore, lui: “Solo chi è nato da queste parti può comprendere”. Con una certa schiettezza lei: “Gli altri calciatori qui non verrebbero mai. Noi siamo l’opposto. Del resto li vedi tutto l’anno…”.
Logico che a Fregene la spiaggia libera sia quasi il meglio. Sorprendemente pulita. E colorata da alcuni giovani surfisti che, dopo aver cercato il loro mercoledì da leoni anche negli altri giorni della settimana, si rimpinzano di cose molto unte. Senza ciccia, né brufoli. Maledetti. La loro Santa Monica personale è dentro un chiosco di paglia a Fregene nord. Anzi, il kiosko. In sottofondo, una musica new age che in qualunque altro contesto sopporteresti al massimo per trenta secondi. Ma qua sembra una didascalia gentile a un posto in cui la bellezza puoi persino portartela da casa.
Sulla via per Ostia, mi imbatto in un piccolo circo, piantato in mezzo alla polvere e agli sterpi. Tre roulotte, un camion, qualche auto. Sono le 14. Stanno tutti riposando. Mi inoltro sotto il tendone deserto. Paglia, una tribunetta da duecento posti al massimo, un solo occhio di bue. Un camion bar che ha minimo trent’anni. Il sipario argentato non frena l’idea di povertà, le luci spente la esaltano. Sull’argento, due lettere in pailettes rosse: H e N. Come Henry Niuman. Che poi è il nome del circo. Dietro la tenda, arnesi di scena. Qualche hula hoop legato con lo spago. Un kepì da poliziotto francese. La tavola per il lancio dei coltelli. In gabbia, gli animali: un paio di struzzi, un lama, due cavalli. Un pony sfinito dal caldo sotto una tettoia. E una mucca che, saprò tra poco, è sacra. Punto. Ti chiedi se ci campano. Ci campano.
Me lo racconta con un certo orgoglio Vasco Niemen, il capocomico. Torinese di origine russa. Figlio di Rosa, che decise di mutare il nome di famiglia in Niuman “perché fa più francese”. “Siamo operai dello spettacolo – mi dice, mentre sorbiamo una spuma al ginger nel camper di mammà – ma non ci manca niente. Facciamo tutto in 14. Il più piccolo, mio figlio, ha 7 anni. Gli piace truccarsi, far ridere. Arriviamo, montiamo, andiamo in scena. Ripartiamo. Giriamo solo il Lazio, abbiamo pochi costi. Spesso riempiamo. Tentiamo qualche novità: lo spettacolo inizia con mio cugino che finge di essere uno del pubblico che vuol cimentarsi col circo. E alla fine esce con gli spettatori. Funziona,e piaciuto anche a due delle Iene che sono venuti l’altra sera. Da quando sono scomparsi i falsi Orfei, poi, gli incassi sono pure migliori”.
Conoscevo la storia, me la faccio spiegare meglio: “C’erano quasi trenta circhi Orfei, la maggior parte dei quali tarocchi. Affitavano il nome a diecimila euro da un tale delle Marche e via, in tournéè. Voglio dire: da me si pagano cinque euro, da Moira Orfei 30. Se puoi scegliere, vai da lei. Ma se l’opzione è tra i circo Niuman e un circo Orfei da 5 euro, la gente segue il marchio. Poi abbiamo votato, ora le cose sono cambiate. Siamo tutelati. Anche se c’è chi ci boicotta”.
La conversazione prende velocemente una piega antiambientalista. A Lucca i Verdi hanno picchettato il Circo Niuman per via degli animali e Vasco non l’ha presa bene. Siccome però ho deciso di non sporcare neppure per sbaglio l’unico frammento vagamente felliniano incontrato finora, mi congedo e riprendo il cammino verso Ostia. Che mi aspetto sfolgorante. Non tanto per il maxiprogetto veltroniano che da qui al 2015 ne farà la Barceloneta di Roma, quanto perché Buttafuoco, su Panorama, ne ha tessuto un elogio struggente: valore delle case triplicato, centralità mondana come negli anni ’30 e ’50, trasversalità colta e folla di intellettuali del calibro di Vincenzo Cerami, Letizia Muratori del catalogo Einaudi, persino Laura Freddi del catalogo Costanzo. E “un porto turistico nuovo di pacca”.
Ganzo: andiamo a vederlo. All’ingresso mi accoglie Fabio, il parcheggiatore. Ventiquattro anni, una mano e un occhio perduti sul lavoro. Ha 200 euro di pensione, arrotonda qui. Sostiene che il porto nuovo di pacca c’è da cinque anni. Che ha cento negozi non proprio pieni (pure una filiale della Bpl). E che è talmente lungo da arrivare all’Idroscalo. Dove atterrava Balbo, dove trovarono Pasolini, dove la vecchia malavita – banda della Magliana, mafiosi al confino – è stata sostituita da romeni e polacchi prima, cileni, cubani e brasiliani poi. Ma le casupole sul mare restano quelle di vent’anni fa, con una differenza importante: ora vanno sott’acqua almeno tre volte al mese, per via che i fondali del Tevere sono stati ripuliti e il fiume trova meno ostacoli sul suo cammino.
Fabio lo sa bene: ci abita. Ha comprato la sua baracca su suolo demaniale per 10.000 euro. Tre anni fa. E baratterebbe volentieri l’abbattimento del poco che ha con una casa del Comune. “Ad altri l’hanno già data. Ma poi c’è chi se la rivende. O si tiene la baracca e la affitta. E ci andiamo di mezzo pure noi”.
Il pellegrinaggio al capolinea del 14, oltre il cantiere navale, oltre la sede della polizia, là dove non dovrebbe esserci nulla e invece c’è tutto, ti fa sentire un turista americano a caccia di emozioni nella periferia di un qualunque terzo mondo. Cioè una merda. Le auto senza ruote richiamano Lamerica. I graffiti arancioni all’ingresso dei bar richiamano il Sudamerica. Uno slavo intorno ai quarant’anni con addosso la maglia della Lazio richiama l’amico che non l’aveva sentito : “Bello il decoder nuovo. Si vede che fare il pappone rende proprio bene”. Ridono forte.
Ripartendo verso sud, mi porto dietro la certezza di non averla capita, Ostia. Troppo di tutto, tutto insieme. Sporco e riqualificazione, miseria e raro riscatto, sporcizia e qualcuno che a Buttafuoco ci crede. Tipo l’hotel che mi ha chiesto 140 euro per dormire. Chissà, se me l’avesse raccontata un amico... Mentre ci penso, mi imbatto in una sede elettorale di An sovrastata da un enorme cartello: “Bontempo Teodoro: il candidato amico”.
Ecco, non lui.

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lunedì, 29 agosto 2005

GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di autoironie patetiche all'università di Uusikaupunki e di rotazione degli pneumatici per farli durare ancora un po' all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)



"No, niente, son sempre io. Guardavo il servizio del tg2 sugli Mtv Video Awards. La tizia dagli Usa è riuscita a dire che i Green Day, che hanno vinto "hanno dedicato il successo ai soldati americani". In realtà hanno lanciato un appello per riportarli a casa salvi. Che è diverso. Ma porca zozza. Grazie a tutti".

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DISCO RINK (rubrica musicale a cura di Mario Fegatto Lugiz, il cui parrucchino in vinile nel frattempo è cresciuto in maniera spropositata, tanto da far diventare Mario Fegatto, suo malgrado, un figlio dei fiori)

"No, niente, leggevo 'sta storia dell'uragano Katrina che sta attaccando New Orleans. Ma l'avranno chiamato Katrina perché solleva le waves? Ahahahaha. Ehm, scusate. Grazie a tutti".
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GAGO NEWS


Flash> Berlusconi ha dichiarato che la costituzione è la base per un futuro di democrazia e libertà. Parlava di quella iraqena.

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LA NOTIZIA DI AGENZIA DI OGGI



(aggiornamenti inutili)



'Centro di questi giorni'. Con questo slogan si apre domani a Telese Terme (Benevento) la VII edizione della Festa nazionale dei Popolari-Udeur. Il taglio del nastro e' affidato, alle 16,30, al vicesegretario nazionale, Antonio Satta, al segretario provinciale di Benevento, Fernando Errico, e al direttore politico del quotidiano il 'Campanile nuovo', Nuccio Fava (Adnkronos)

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GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di impanatura dell'essere all'università di Uusikaupunki e di rassegnazione alla tromboflebite all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)



"No, niente, notavo che il logo di Sportitalia, ora che l'hanno tagliato alla base, è identico sputato a un biscione. Sarà mica perché è di Tarek Ben Ammar, quello della All Iberian? O perché il direttore di Eurosport, di cui Sportitalia è una filiazione, si chiama Codignoni? E che Codignoni, oltre a fare rima, era pure un pezzo grosso di Mediaset? Chissà. Grazie a tutti".

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IN MINIERA!





(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)





"Week-end a Miami. Un noto e rampante finanziere italiano vuole comprare la ex villa di Versace. Il nome è segreto. Ma lo resterà per poco. ".



Commento Vuoi farci intendere che tu lo sai, vecchio gagà?
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E LO PAGANO PURE

(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 



INCREDULI ci siamo avvicinati al gossip di fine agosto, alla storia di Sabrina Ferilli che in vacanza con i genitori si è trovata sui giornali il marito saldamente ancorato ad una sua sosia. In queste vicende a me interessano i minori, ad esempio la ragazza fotografata con il marito di Sabrina, supposta laureanda o laureata in psicologia, sulle prime per nulla interessata allo spettacolo. Raggiunge il palcoscenico per avere un po’ di luce anche un signore atletico che fu compagno di una show girl e che si è dichiarato ex della presunta psicologa. Con lei, dice l’atletico, sono stato un anno e lei voleva fare cose di spettacolo. Mi fermo qui. Nei prossimi giorni ci sarà certamente un seguito. Mi auguro con l’entrata in scena di altri minori, portatori sani di ambizioni sbagliate..



Traduzione Per solutori più che abili*, signora mia.



*Comunque parlava della Hunziker e della maga Berghella.
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo, ma siccome oggi è lunedì e Iena non c'è, la facciamo noi


Rutelli cerca la sua mezza mela nel centrodestra, ma non sa che Mastella è già arrivato al torsolo.

(Titolo "Mele")


Commento Manieristica.

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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO


(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)


Luca Bottura


POPULONIA



Il navigatore satellitare che impazzisce in piena notte. Il mare che si allontana. Le curve, la salita. Cartelli stradali che indicano Pontedera, o Ponsacco, località esotiche di cui finora sapevo solo una cosa: in una c'è la Piaggio, nell'altra c'è nato Luciano Chiarugi. Che giocò nel Bologna. Solo una stagione, mi pare. Fece un bel gol alla Lazio. E poi la cartina che ti è nemica, perché l'ultima volta che l'hai consultata stavi in campeggio col prete. Due o tre discese dall'auto in cerca di passanti. Invano. Cani che abbaiano nella campagna. Casciana Terme, pescata per caso dopo aver cercato inutilmente un bivio che ti sospinga a fatica verso la costa. Il tempo di chiedersi che accidenti ci fai lì se dovevi essere al mare. E soprattutto dov'è, lì. Un portiere gentile. La camera di un albergone. Sonnolenza. Clic.
Il mattino è un apostrofo rosa tra le parole "Cazzo, dovrei essere già a Populonia". Ma il passaggio in centro per un caffè rallenta la corsa. Perché il paese è tappezzato di articoli di protesta contro la riforma della viabilità. Il che sarebbe normale in una qualunque italica contrada, laddove il proprio ombelico viene elevato a centro di gravità del'universo mondo. Ma appare piuttosto lisergico in un posto che è quattro strade in tutto, una delle quali si sfoga in una bella piazza. Con un chiesone del nono secolo senza infamia né lode. Dietro, la Casa del Popolo. A mezzadria tra Ds e Rifondazione. Dentro, un biliardo e un tavolino. Al tavolino, Daniele Mori. Baffetti da Roy Paci, canotta nera alla Juri Chechi, bermuda. E il dono della sintesi: "La riforma della viabilità? Hanno cambiato un senso unico. E c'è un fornaio che ha paura di vendere meno schiacciata ai ragazzini della scuola, ché adesso passano prima davanti al suo concorrente".
Domanda: chi governa? Risposta: centrosinistra. E Rifondazione? "Sta fuori". Sembra una di quelle favole toscane in cui il gusto del massimalismo si sposa al dominio elettorale assoluto, cosicché il Polo le campagne sulla viabilità se le può mettere nella Casa delle Libertà. Invece no, per due legislature qui ha governato la destra. E le divisioni a sinistra sono antiche. Principalmente sulle terme, che i rifondatori vogliono pubbliche. "Ma anche personali. Ricordo il '91 - mi dice -, la scissione. Io ero per mantenere il nome, si mise ai voti: parità. Allora andai a chiamare il compagno Ticciardi, che vive nelle vicinanze ma è nato qui. Votò per la svolta, quel bischero. Anzi: il bischero fui io". Risatona.
Mori racconta che i Ds tentarono fisicamente di cacciare fuori i perdenti, subito. "Anni di lotte condivise buttati nel cesso perché avevamo perso: a momenti si viene alle mani. Allora studiai la contromossa. Mi feci eleggere presidente del circolo Arci, e occupammo le stanze che prima erano dei socialisti. In realtà ricordo di avere telefonato sia al Psi che allo Sdi, a Firenze, perché qualcuno venisse a prendersi le loro cose. Suonava libero. Poi siamo entrati. C'erano cose preziose. Carte, cos'avevi capito?".
Nel '91 l'attuale segretario dei Rifondatori di Casciana aveva sei anni. Oggi è lì che fa da cornice a Mori insieme a Marco Gessi, un vecchio militante. Insieme, parecchio incuriositi da un tizio che si perde per strada e va a intervistare proprio loro, tratteggiano un quadro di provincia rassegnata. Di ambulanze lontane, "ché se viene un infarto a un turista non si sa che fare". Del rischio di diventare un dormitorio con l'aria buona "perché il lavoro è altrove". Di una sola gloria locale che chissà adesso dov'è: Andrea Bocelli. E di emergenza extracomunitari. Che non c'è, ma potrebbe esserci, "se i marocchini non li spalmiamo sul territorio. In gruppo prevalgono i delinquentelli".
Uscendo dalla Casa del Popolo, l'ultima frase di Mori mi rimbalza in testa. Perché stride col partito che rappresenta, e sicuramente gli è scappata per colpa del coté da bar. Ma anche perché mi obbliga a interrogarmi su come la penso io. Quando sto per rispondermi, per fortuna, trovo una multa sul parabrezza: il piano traffico evidentemente funziona. E lungo la via per per il mare, anziché sulle differenze tra dottrina e pratica del comunismo, finisco con l'interrogarmi sul perché questo posto sembri così lontano dal Chiantishire. Sarà per le balle di fieno e i campi di grano di un giallo troppo carico, che irruvidiscono la vista rendendola troppo rurale e poco cartolina. O più probabilmente perché gli inglesi ancora non sanno che Bocelli ha cominciato a urlare qui, al pianobar di Casciana.
Recuperata l'antica docilità, il navigatore mi scarica dopo due ore di viaggio sul promontorio di Populonia, sopra il golfo di Baratti. Vicino a Piombino. Come raccontò efficacemente il Serra, duemilacinquecento anni fa era uno dei porti etruschi più frequentati del Mediterraneo. Aveva 40.000 abitanti. Vent'anni orsono i residenti erano 25. Oggi sono 11. L'ultima registrata, Jeannette, è la badante ecuadoreña della signora Gasparri. Padrona di casa in senso lato: tutto il Paese - la rocca, la torre, le due vie, la vista che a volte arriva fino in Corsica - è suo. E dei suoi sei figli, eredi di un avvocato romano che negli anni Cinquanta aprì il primo club Mediterranée in Italia, lo chiuse nel giro di poco perché aveva portato un boom di malattie veneree, e vendette 800 ettari di terra al gruppo Pesenti col miraggio di una nuova Punta Ala. Ben sapendo che su quel terreno non si poteva costruire perché c'è sotto una necropoli etrusca: una sòla. Storica.
L'avvocato Gasparri non c'è più dal 2000. Mi piacerebbe chiacchierare con sua moglie, che di anni ne ha 90 e li porta con innegabile lucore. Ma Ottavio, il più giovane della dinastia, non vuole che la affatichi. Decide che parlerò con lui. Non prima di una doccia ristoratrice (la sua): ha appena finito di tagliare l'erba dei suoi possedimenti. Probabilmente aveva cominciato nel '93.
Prima però vuole rileggere l'originale. A metà articolo, laddove si dice che la vox populi collegava l'affaire con Pesenti a presunti debiti di gioco, ha un sussulto: "Mio padre non ha mai giocato a poker". Poi si rassetta. Mi spiega che campa di suo, e bene. Come i suoi fratelli. Ramo assicurazioni. E che considera Populonia un "fringe benefit". Sottile diffidenza, reciproca.
A differenza del padre, che il Serra descrisse cordiale, sornione, spiritoso, Gasparri junior è morigeratissimo. Ci tiene a precisare che non ci guadagna, che i dieci mini appartamenti (da 700 a 1080 euro a settimana) producono solo utili reinvestiti, e che si occupa di tutto una società no profit. Chiedo chi la compone. La compongono lui e famiglia. Diffidenza montante.
Procediamo il colloquio studiandoci. Benché il cognome non implichi parentele (né col ministro, né col cardinale: quello dei Patti Lateranensi) c'è una fisognomica sociale che ci divide. E si divarica ogni qual volta l'interlocutore mi specifica che non si occupa di politica: quattro. L'ultima delle quali quando gli chiedo se preferisca il modello Baratti - nessuna costruzione - o quello della vicina San Vincenzo, che al turismo ha sacrificato tratti importanti di costa. Risponde rifacendosi alla sua esperienza: "Noi siamo più ecologisti degli ecologisti. Col Comune e la Sovrintendenza i rapporti sono ottimi. Non tocchiamo nulla, anzi togliamo: ho appena fatto smantellare a mie spese una cabina Telecom che abbruttiva l'arco di ingresso in Paese. Sanno che non faremo mai i grattacieli, insomma. Anche perché non ce li farebbero fare…".
Grazie a quest'ultima affermazione, la testolina del cronista pregusta un articolo comodo comodo: ah, la destra di un tempo. Questa invece… se la lasciassero libera costruirebbe il Billionaire anche dentro la cappella Sistina. Né Gasparri mi convince quando, indicandomi il tecnigrafo di casa, mostra con un certo trasporto la zona in cui gli archeologi stanno scavando ora. Suo padre entrava per primo nelle tombe etrusche, godendosi la zaffata di vita a due millenni dalla sepoltura. Lui si gode l'Acropoli. La stanno riportando alla luce. Ora, mi dico, lo smaschero.
Peccato solo che la gita in Paese confermi tutto quello che mi ha detto. L'accesso al museo viene solo un euro e cinquanta. E la guida è cortese, preparata, innamorata di quelle stoviglie altrimenti brutte e anonime. Salire alla torre costa altrettanto, e quando arrivi in cima ai gradini gliene daresti volentieri il doppio. La castellana, come tutti chiamano Lida, l'anziana signora che sta alla cassa, descrive "il signor Ottavio" come fosse un figlio acquisito. E anche all'unico bar del paese avventori e proprietari confermano: "Ha investito tre milioni di euro perché nulla cambiasse".
Morale: tolto il fatto che gli intervistati sono tutti suoi dipendenti o inquilini. Tolto il fatto che durante la chiacchierata ha bollato di "mentalità proletaria" Piombino, "che non fa nulla per il turismo perché era stata abituata dall'Ilva a campare di siderurgia". Tolto il proliferare nei negozietti del paese di tuniche indiane importate dal Centegross di Bologna. Tolto il fatto che bravo sarà bravo, onesto sarà onesto, ma proprio simpatici non ci siamo stati, Ottavio Gasparri mi costringe a chiudere la giornata abdicando per la seconda volta a secolari certezze.
Un comunista toscano che barcolla sugli immigrati, un altoborghese di Roma che conserva i beni di famiglia e li condivide col popolo senza lucrarci troppo su. In meno di ventiquattr'ore. Fortuna che, come diceva Rhett Butler a Bruno Vespa, domani è un altro giorno.

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 CONTROCRAMPO


Luca Bottura per l'Unità


 


 Ore 8 Rassegna stampa. Sulla Padania, struggente paginata di Carlo Passera sul calcio di un tempo, “quello che sbagliava i congiuntivi”.
Ore 8.01 Se poi uno i congiuntivi sbagliati li vuole anche oggi, basta che legge la Padania.
Ore 9 Sul Corriere, nuovo no di Lunardi alla lista nera per gli aerei carretta: “Eventualmente, di nero recuperiamo le scatole”.
Ore 10 Si alleggerisce la posizione dei tre medici del 118 sorpresi a Napoli in stato di ubriachezza: bevevano per dimenticare che al Ministero della Salute c’è finito Storace.
Ore 11 Dopo i diritti del calcio, Mediaset si aggiudica la Santa Messa.
Ore 11.13 Prime sensibili variazioni alla Santa Messa, officiata da don Gianni Baget Bozzo: “Credo in un solo Dio, e nell’Unto del Signore…”.
Ore 11.50 Termina la prima Santa Messa Mediaset con la più tradizionale delle formule: “La messa è finita, consigli per gli acquisti”.
Ore 14.12 A “Quelli che…” interviene Juanes e esegue il successo dell’estate: “Tengo la camisa negra”.
Ore 14.13 Duro comunicato del ministro Tremaglia: “La camisa negra la tenevo prima io”.
Ore 15 A Reggio Calabria, il campo si presenta in condizioni disgustose con lunghe strisce di terra battuta in più punti.
Ore 15.01 Il presidente della Reggina, Foti, rassicura: il campo è perfetto: lo garantisce una fideiussione della Banca di Crotone.
Ore 15.02 Carraro conferma: “Il Granillo è un biliardo, è il campo del Bologna che fa schifo”.
Ore 15.30 Ospite a “Quelli che il calcio”, il patron del Genoa Preziosi rilancia le sue accuse contro i giudici della Caf che prima di sanzionare la retrocessione dei rossoblu si passavano dei bigliettini.
Ore 15.31 In una nota, i giudici fanno presente che passare i bigliettini resta giuridicamente meno rilevante che passare bigliettoni.
Ore 16.12 Al “Granillo”, l’arbitro Rosetti espelle un tizio con un pigiama azzurro e una bandiera giallorossa che era riuscito chissà come a entrare in campo.
Ore 16.13 Rosetti si rende conto di aver espulso il guardalinee Rossomando che indossava la nuova divisa arbitrale della Diadora.
Ore 16.14 Si scopre perché le divise arbitrali della Diadora sono così inguardabili: le ha disegnate uno stilista eterosessuale.
Ore 16.45 Choc Milan. Dopo il passo falso sotto il diluvio di Ascoli, Tremonti prende il posto di Ancelotti. Berlusconi: “Mi serviva qualcuno a suo agio quando la situazione fa acqua da tutte le parti”.
Ore 16.46 Dopo il 3-0 dell’Inter sul Treviso, Mancini manifesta ottimismo: “Ora sappiamo che possiamo puntare con buone chance al nostro obiettivo stagionale: perdere lo scudetto all’ultima giornata”.
Ore 16.47 Il Siena batte il Cagliari con una doppietta di Chiesa.
Ore 16.48 Esulta Marcello Pera: “L’avevo detto: Chiesa e doppietta stanno bene insieme. Anche se contro certi meticci è meglio un bel bazooka”.
Ore 18 “Serie A”, il nuovo show di Paolo Bonolis che ha sostituito “Novantesimo minuto”, comincia con una novità: per riuscire a vedere i gol delle partite bisogna indovinare in quale pacco li hanno nascosti.
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sabato, 27 agosto 2005

 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO

(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)

Luca Bottura

FORTE DEI MARMI

Il Forte è uno di quei posti in cui, all’ingresso, trovi un cartello con la tua foto. E una scritta: “Io resto fuori”. Anzi, è come se ce ne fossero due. O tre. Stratificazioni successive, nobiltà sovrapposte. Gli anni Venti: Carrà, Malaparte, Balbo. E Franceschi, quello che poi avrebbe messo su la Capannina. Gli anni Settanta e Ottanta: Tognazzi, Mina, Borg. E Franceschi, quello che negli anni Trenta aveva messo su La Capannina e nei Sessanta l’aveva ricostruita dopo un incendio. Oggi:la Santanchè, Fede, Sgarbi. E la Capannina, senza Franceschi. Soppiantata nell’immaginario collettivo dal Twiga di Briatore. Un bagno-risto-disco-bar che dell’augusto predecessore ha mantenuto alcune significative costanti: in “Capanna”, a fine anni ’60, un’aranciata poteva costare 6000 lire. Contro le 28.000 di uno stipendio medio basso. Oggi, se la serata è particolarmente uptodate, un aperitivo al Twiga a fianco della Seredova, o persino di Enrico Preziosi del Genoa, quota sui 250 euro. Sempre se ti fanno entrare.

A me no, non mi fanno entrare. Mi presento in mattinata a braccia alzate in segno di resa, fendo la teoria di Cayenne in parcheggio, oltrepasso un ragazzo con l’auricolare. Gentile. Mi indirizza alla direzione. Al lato del bancone occhieggia una teoria di telefoni cordless Li conto. Sono 48. Uno per ogni tenda (l’ombrellone no, fa troppo proletario), casomai arrivassero 48 telefonate contemporanee e tutte ineludibili.

Di fianco al bancone, una ventenne dagli occhioni blu. Dietro una vetrata, la direttora. La telecomanda. “Buongiorno, sono un giornalista dell’Unità. Volevo sapere… “Prenda la brochure, c’è tutto lì”. “Anche i prezzi?. Quanto spenderei per una giornata?” “Trecento euro, ma nessuno viene per un giorno. Comunque sono compresi tenda, teli e parcheggio”. Ah beh, allora…

La direttora spinge un tasto, la ragazza scompare. Riappare: “Ma i prezzi non mettiamoli“. “Certo. Posso fare un giro? Giuro che non disturbo”. Prima che il telecomando faccia di nuovo clic, sono dentro.

Siamo nel fine settimana ma il bagno è semideserto. Pare che la gente compri il posto all’ombra come status symbol, pagandolo anche 25.000 euro per tutta la stagione. Poi magari se ne sta a casa. O forse è vero che il Twiga per Briatore è come il Milan per Quellolà:rappresentanza pura, i cui bilanci, per quanto irrobustiti da fior di sponsor, non sono poi così importanti.

Gli addetti, riconoscibili dalla maglietta rosa griffata, sono il triplo dei bagnanti. Davanti al bar (un bel gazebo ripieno di bellezze esuberanti) tre manager sui 50 hanno spianato i palmari sul tavolino in legno a bordo piscina. Discutono animatamente di lavoro, poveretti. Poco più in là, un salottino in tessuto tipicamente estivo: pelle di leopardo. E di zebra, pare. Rovente. Alcuni divani non proprio freschi di bucato. Cabine color evidenziatore. Da una delle quali sbuca una bella signora sui 40, che si asciuga i lunghi capelli biondi. Tento il contatto, me lo concede. E’ di Roma, imprenditrice, ramo comunicazioni: “Ma proprio non sono mondana”.

“Ciò che mi piace del Twiga – mi spiega, suadente – è la possibilità di rilassarsi. Il servizio è eccellente, mantengono quello che promettono”. “E poi – la interrompe la madre, che fin lì osservava orgogliosa – non ci stanno ragazzini in mezzo alle scatole”. Lo sguardo di riprovazione della figlia è notevole. “Comunque – conclude – non sono il tipo che balla sui tavoli. Al massimo un aperitivo al tramonto, ecco. La discoteca è più roba per i miei figli”. Vengono qui? “No, vanno in Capannina”.

Vicino alla riva, un extracomunitario sta facendo buoni affari. Vorrei chiedergli che tipo di collanina preferisce la Santanché – socia di Briatore insieme a Brosio e a Marcello Lippi – ma una maglia rosa mi blocca: “Chieda il permesso alla direttora”. Rieccomi al via, e senza neppure le ventimila in tasca. Prima ancora che fiati, mi contra: “Non ho tempo, oggi è un giorno pieno”. “Allora tornerei stasera”. “No, stasera c’è una festa privata. Arrivederci”. Non è vero: stasera c’è una sfilata di moda: “For rich only”. Effettivamente, penso, non devo apparire abbastanza rich. Uscendo, mentre le maglie rosa memorizzano i miei connotati, agguanto copia del mensile “Chi vuol essere Billionaire”. Purtroppo neanche lì c’è la risposta alla domanda più importante: se Briatore abbia scelto il nome “Twiga” perché fa rima.

Decido di andarlo a chiedere a Romano Battaglia. Ce l’avete presente, no? E’ il factotum della Versiliana, il caffè letterario che ogni anno occupa militarmente l’omonimo parco in fronte al mare. Ma il destino ha deciso che non possa sussurrare: “Saluto Romano”. Anzi, più che il destino sono i nuovi organizzatori: la Ldm, casa di produzione tv equivicina, dicono, ad An, celebre per un recente contrattone-quadrone da 100 milioni di euro. Ha trasformato una manifestazione tutta riporto e foulard, gradita soprattutto a un pubblico di over 75, in una specie di “Porta a porta”. Ci va Casini a bacchettare Berlusconi, ci va Siniscalco a prendersela con Tremonti. Si siedono davanti a una scenografia piena di pubblicità: Estèe Lauder, Vuko Collezione, Arredamenti Marletto. Un po’ come i calciatori. Poi iniziano a parlare. Sempre a favore di telecamera, e di titolo di giornale.

Laddove imperversava l’eloquio vagamente anestetico di Battaglia, ora si alternano moderatori di rango: il direttore del Giornale, il direttore del Tg2, un importante mezzobusto del Tg5. Con consorte. Simpatica, lamentosa. “Il Twiga? Certo che non ci vado. E se poi ti ritrovi accanto Dj Francesco?”. Ce l’hai coi prezzi. Racconta che al Forte l’unica striscia di spiaggia libera ha una doccia soltanto, mimetizzata in modo che si veda solo dal mare. E fa il calcolo di quanto ha speso in  un bagno che non è il Twiga: 40 euro tra posto e lettino, 15 per un piattino di frutta. Tra me e me, spero fortemente che li abbia pagati Carlo Rossella di tasca sua.

E’ sera. Attraverso la strada e mi metto sulle tracce di Michele, che oggi fa il cameriere in un bagno lì di fronte. E’ la memoria storica del Forte, mi assicura un’amica. Ed è anche un po’ mio cuggino. Nel senso che lo circonda un’aura mitologica in cui vero e verosimile si mischiano. Sarà vero che nei favolosi Seventies era il proprietario del Maitò, uno dei migliori ristoranti del Forte, ma poi si giocò tutto a carte distribuendo mance da 100 milioni? Sarà vero che passava le serate con Daniele Pace, il paroliere della premiata ditta Pace-Panzeri-Pilat, e gli suggeriva le canzoni per Sanremo? Sarà vero che prendeva lezioni di bridge dal nipote, omonimo, di Primo Levi? Sarà vero che Mina è molto sua amica, così amica che pochi giorni fa era qui in incognito e s’è messa a cantare per una mezz’oretta, mentre i clienti del ristorante rimanevano con l’anello di totano sospeso a mezz’aria?

Di certo c’è che Michele possiede modi quasi aristocratici. E un eloquio pensoso, spezzato, intriso di cordiale reticenza. Punteggiato di “questononscriverlo”. E io non lo scrivo. E’ catanese. Venne qui a 7 anni. La prima stagione l’ha fatta a 11. Da Franceschi, alla Capannina. Era il suo portafortuna alla Teresina. Poi è andato a servizio nella villa degli Agnelli, che aveva lo sbocco direttamente sul Tirreno“perché l’Avvocato da piccolo aveva fatto le elementari in casa insieme ad Aurelio Tonini. Che poi diventò sindaco e gli diede la concessione per fare il tunnel verso il mare”. Chissà se chiese il segreto di Stato pure lui.

Raggiunta l’età della ragione, Michele ha provato a trovarsi un lavoro normale alla concessionaria Porsche di Massa. Ma è tornato al Forte dopo otto mesi. E’ andato a Milano, è rientrato. Ha aperto locali, dice. Ne ha chiusi. Ha visto passare tutti, può fare confronti. In due ore di chiacchiere, con una media di cinque Muratti/ora gli scappa un solo giudizio netto: “Tra Briatore e Franceschi passa la stessa differenza che c’è tra mia nonna e Sharon Stone”. Il resto è sfumato. Certo, una volta andò a proporre una canzone a De Andrè, e forse non lo rifarebbe con Dj Francesco. Certo, con Tardelli e Mancini si trovava bene e “questi manco so come si chiamano”. Certo, “il Forte non è più quel Forte”. Ma di chi sia la colpa, mica te lo dice. Di cosa, al massimo. “Qui ha fatto molti danni Tangentopoli. La sua fine, intendo. Prima c’era una certa spensieratezza. Rubavano, e non è bello. Ma poi redistribuivano. Adesso i soldi non girano”.

Meglio: non girano per tutti. Perché esiste e prospera una seconda generazione di indigeni che trenta-quarant’anni fa s’è ritrovata davanti a un tornado di banconote. E ha allungato la mano. Come Beppe Bertelloni, il proprietario di diversi locali e del ristorante in cui lavora Michele. Di cui è molto più ottimista. Ha 45 anni, cominciò a lavorare a 14 da Oliviero, il locale gemello dell’84di Roma, il rivale del Piper. Ricorda che una sera del ’74 zittì a calci, un amplificatore ribelle di Patty Pravo. “Mi voleva a Roma, i miei dissero no”. Ricorda pure che la sera dopo tutta la troupe della Strambelli fece il bagno nuda in piscina. “Scoppiò un casino, ero minorenne. Stavolta i miei mi tennero a casa del tutto. Che tempi”.

Che tempi. Finiti. Anche se, riprendedo il cammino notturno sull’Aurelia, all’improvviso mi è chiaro il segreto che permette a questo posto di autoriprodursi all’infinito: è come Mina. Si nasconde da anni, alimenta il mito, ma c’è sempre qualcuno che giura di averla vista da poco. Anche se in fondo preferisce ricordarla com’era.

 

luca@bottura.net

 

 

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venerdì, 26 agosto 2005

 CERTASTAMPA

Luca Bottura per l'Unità e/r

 

 Oscar Scalfarotto

 

Poesia per Scalfarotto, candidato poco notto; che ricerca i suoi consensi prescindendo dai compensi; lui propugna l’opinione che il futuro dell’Unione; non sia cosa da salotti o da amici di Andreotti; e ha pensato, cuore pio: quasi quasi provo anch’io: le mie idee, tra le piu’ varie, io le porto alle primarie; certo: non saro’ mai Prodi, che lo voti e dopo godi; non saro’ mai Bertinotti, che da Vespa ti fa i botti ; non saro’ mai Casarini, che dispiace tanto a Fini; non son Pecoraro Scanio, che nel gossip ci fa il bagno; e neppur don Vitaliano con la croce nella mano; ma una firma, vivvaddio, potrai darmela anche a io. Scalfarotto, uno che sogna, partira’ qui da Bologna; si presenta lunedi’, credo intorno a mezzodi’, nella sala del Comune che da Guazzaloca e’ immune; poi nel primo pomeriggio, d’ottimismo fara’ sfoggio; incontrando con il cuore, un suo gruppo promotore. E se tanto mi da’ tanto, non saranno quattro gatti: so da informatori miei che quei gatti sono sei. Ma poi penso: Scalfarotto, sai che proprio mi son rotto? E seppur tu non sia noto, quasi quasi ti do’ il voto.

luca@bottura.net 

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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo

Ai visitatori della festa dell’Unità, i Ds chiedono di contribuire versando un euro che utilizzeranno per battere Berlusconi. Nel frattempo lo versano in banca.
(Titolo "Versamenti")

Commento Fosse finita "in una banca Unipol" si capiva meglio.

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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO

(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)

Luca Bottura

RIOMAGGIORE

Sto cominciando a pensare che l'Olanda, d'estate, sia affidata a un tutore. Un tizio in bicicletta che percorre i confini, si aggira per le città deserte , verifica che le porte delle case siano chiuse, dà la polvere alle vetrine dei coffee shop. Completato il giro, va a dormire. E la mattina dopo ricomincia. Mentre tutti i suoi connazionali sono all'estero, in macchina.  Per buona parte da noi. Volessimo invaderla, il posto al sole sarebbe bell'è che trovato. Ne ho incrociato uno, di pullmini olandesi, persino sul passo del Bracco, tra Genova e La Spezia, dopo ore di tornanti deserti. Fino a quel momento, sembrava di stare  in uno spot di automobili. Con la sola differenza che negli spot di automobili la mezzeria è segnata per bene.

Superata la Spezia - e con che gioia - c'è un bivio. In basso a sinistra, Portovenere. In alto a destra, Riomaggiore. La prima delle Cinque Terre. Il Serra andò a Portovenere, e salì sul battello turistico che permette di apprezzare al meglio il penta-capolavoro. Io sono finito a Riomaggiore, e il battello non partiva perché c'era mare mosso. Ma in cambio della gita in barca ho avuto di meglio: ho trovato l'uomo che voterò alle Primarie.

Si chiama Franco Bonanini, ha cinquant'anni e spiccioli. Una moglie, due figli. Due mandati da sindaco. E, dal 2000, la carica di presidente del Parco delle Cinque terre. Ha un ufficio a Riomaggiore, che naturalmente ho dovuto raggiungere a piedi "perché da noi il turista deve mettere le pantofole". E di quelli come me possiede un'idea precisissima: "Il turismo è degrado. La gente arriva, modifica le abitudini del luogo, ne devasta la cultura, cancella civiltà millenarie, lo rende simile alla città. Quando ha completato l'opera, si annoia. Perché si sente come a casa. E lo molla".

Se vi state chiedendo come una visione del genere possa conciliarsi con una delle più poderose macchine da denaro che l'Italia conosca (il Parco, appunto) seguitate a leggere. Tenendo presente che qui fino agli anni '70 si viveva nel Medio Evo, che quando arrivò la prima strada asfaltata fu usata per scappare - verso l'Arsenale di La Spezia, verso i ristoranti di Genova che cercavano camerieri, verso Milano - e che "la fine dell'isolamento, il confronto con la modernità, fu vissuto come una violenza. Improvvisamente ci si vergognava della povertà, parlare dialetto era diventato reato. Il confronto col mondo esterno ci annichilì, ci sgretolò".

Sulla via della fuga, gli abitanti delle Cinque Terre  - mille a Terra, facendo le media, il 40 per cento in meno rispetto al secolo scorso - incrociarono i primi turisti. Chi decise di rimanere, di tornare, aveva di fronte due scelte: assorbire identità altrui, buttarla sulla quantità, fare cassa subito. O preservare la miniera d'oro per consegnarla ai propri figli. Siccome siamo in Italia, fu scelta la prima via. E di gran carriera. I contadini diventarono affittacamere , arrivando a stipare dieci persone in una stanza. Le coltivazioni vennero abbandonate.  Fu percorso  il modello Venezia. Quello di una Disneyland per riccastri  - soprattutto americani, neozelandesi, canadesi, naturalmente olandesi - senza identità. Il passo successivo, siamo alla fine degli anni '80, sarebbe stato quello di aumentare le cubature. Rapalizzare.

Bonanini cominciò a lavorare nel '91. "Mi chiesi: vogliamo fare un programma per cinque anni o per trecento? Concediamo licenze per cento alberghi, o proteggiamo quello che abbiamo? Cediamo ai Tanzi, alla Fiat, ai Gadolla o consentiamo a ognuno la possibilità di acquisire una rendita di posizione che durerà per sempre? Cerchiamo voti o futuro?".

Si fece la domanda, insomma. Si diede la risposta. E elaborò un progetto politico che partiva dall'istituzione del Parco. Senza dichiararlo. Forse per questo l'ha quasi realizzato.

I caposaldi sono due. Il primo: recuperare l'identità culturale. Fare sistema. Buttarla sull'orgoglio di comunità. "Quando ero ragazzo  mi racconta i miei genitori si vergognavano a dire che erano di qui. La miseria non è mai un biglietto da visita avvincente. Inoltre, eravamo in balia dei forestieri. Mio padre produceva un vino eccellente ma dipendeva dai sensali. Che venivano a fine giugno, quando sei obbligato a vendere perché la vendemmia è vicina. Bevevano un bicchiere, lo sputavano. E alla fine ci pagavano meno della metà di quanto avevamo preventivato, o sperato, ipotizzando di finire quel piccolo lavoretto che attendeva da anni. Non deve succedere più".

Il secondo: utilizzare l'identità per preservare il territorio. Dove per preservare il territorio (che può voler dire tutto o niente, scommetto che sta scritto pure sul programma di Forza Italia) si intende "coltivare". Per motivi culturali. Per motivi commerciali, ché basilico e limoni delle Cinque Terre si cominciano a vendere, e bene. "E per motivi contingenti", aggiunge Bonanini. "Sennò, sul lungo periodo, rischiamo una Sarno di pietre. Il lavoro dell'uomo, i terrazzamenti, hanno reso meno friabile la montagna. Ma se l'uomo se ne va, tutto torna precario. E se scendono in acqua i 700 chilometri di muretti a secco, cioè otto milioni di metri cubi, si portano dietro case e persone".

Naturalmente non si possono costringere i proprietari riottosi a coltivare i terreni abbandonati. Nemmeno per il bene comune. Anzi, a maggior ragione. Però ci si può andare vicini vicini. Bonanini l'ha risolta così:  spesso i privati vogliono trasformare i casolari in abitazioni, aggiungere il bagno. Glielo si concede, ma solo a patto che riportino i terreni a nuova vita. Se il privato non coltiva, il Parco non lo multa, "perché così sarebbe una selezione per censo, riservata a chi può permettersi il condono". Si prende la terra.

Sembra l'esatto contrario di una cartolarizzazione. Lo è. Bonanini, che attraverso il Parco ha già nazionalizzato cinque ristoranti, diversi alberghi, il treno che percorre le Cinque Terre, i bus, il metano che quei bus fa muovere,  la terra vuole comprarsela. Ha un piano per investire cento milioni di euro in appezzamenti: poi li darà in comodato ai privati, per vent'anni. A patto che riportino i terrazzamenti agli antichi splendori. Sennò, fuori.

E' un po' lo stesso meccanismo che c'è negli esercizi commerciali: chi aderisce al marchio di qualità (che vuol dire prezzi accettabili e servizi di livello) paga il suolo pubblico cinque volte meno di chi non aderisce. E chi alza troppo i prezzi, il suolo pubblico non ce l'ha più, "perché non voglio essere complice di un'estorsione". Ora capisco perché il tizio da cui ho pranzato - 4,80 euro un tè freddo e una porzione omeopatica di farinata di ceci - non esibiva neppure un ombrellone.

Per il turista funziona allo stesso modo: "Deve adeguarsi lui a noi e non viceversa". Con cinque euro e poco più, ha gratis tutti i servizi. Compreso il trenino che il presidente, anzi il candidato, ha appena rimesso in funzione, riaprendo le stazioni che Trenitalia aveva chiuso. La trattativa era cominciata un mese e mezzo fa, ha già figliato. Compresa, anche, una scuola di riflessologia, i cui studenti devono impegnarsi non sfruttare commercialmente ciò che hanno imparato. E compreso il naturopata. Un tedesco che ha preso la residenza qui e per 2500 euro al mese, pagati dal Parco, cura residenti e ospiti.

Ovvio che uno così, che decide e decide in fretta, che si sente investito da una missione "perché noi siamo gli ultimi che vengono dal Medio Evo e dobbiamo scrivere le regole", sia anche discusso. Succede, quando metti un limite anche ai bagni in mare: li fai solo se soggiorni per almeno tre notti in un albergo che adotta procedure ecocompatibili. Succede se ti comporti allo stesso modo per la pesca, e la caccia, anche se poi magari diventi l'idolo delle doppiette perché gli concedi di "selezionare" i cinghiali. Succede quando hai il coraggio dell'impopolarità: "Prima di chiedere il Parco, cercai la legittimazione. E dissi chiaramente: so quello che ci può dare, ma lo vedremo molto più avanti. Se non vi va bene, non votatemi. Ho preso l'80 per cento".

Col carisma dunque siamo a posto. Con la trasversalità pure (è stato appena riconfermato alla guida del Parco dal ministro Matteoli). I rapporti internazionali ci sono: nell'Università dell'ambiente ospita convegni di americani e ucraini, serbi e scandinavi . La sinistra radicale non può non amarlo, perché certe scelte profumano di repubblica socialista: gli incentivi alle coop di pescatori,  il Parco che compra i microscopi all'Usl e non viceversa, due ostelli la gioventù, la regola di far pagare caro e tutto  - compresa la passeggiata sulla celebre Via dell'amore - a chi non compra la carta servizi e non accetta le regole della comunità. Per fare di Bonanini il leader dell'Unione manca solo la modernità. Anzi no. In realtà, è pure un imprenditore, seppure interposto Parco. Dà lavoro a duecento  giovani. Soprattutto con contratti co.co.pro. Macina utili. E, dato importante per un candidato, ha anche la tv. Via cavo, naturalmente. Perché quelli di Sky sono stati gentilmente invitati a mettersi le parabole altrove.

Adesso che lo conoscete,  avrete capito perché puntare su di lui. Il nostro Howard Dean, più che il nostro Ralph Nader. Ora, sia chiaro: per il prossimo mandato, o anche due, ciò che ci serve è uno come Romano Prodi. Ma quando avremo bisogno di uno che ha un programma per i prossimi trecento anni, quello sta alle Cinque Terre.

luca@bottura.net

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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 


NON desidero unirmi a quanti con la testa tra le mani si chiedono come finirà questa estate che ha così duramente penalizzato l’aviazione. Non esageriamo, ha penalizzato alcune linee di voli charter che devono sottoporsi ad un più accurato controllo e alcune Compagnie minori dove la manutenzione lascia a desiderare. Dell’aereo precipitato ad Atene, a distanza di alcuni giorni, i responsabili della Compagnia hanno dichiarato che in precedenza quel velivolo aveva avuto problemi di pressurizzazione. Allora: non consideriamo a rischio tutti i voli e tutte le Compagnie ma occupiamoci di verificare sempre con chi si decolla. Credo che l’aviazione civile un agosto così non l’abbia mai vissuto e mi auguro faccia di tutto per non viverlo mai più.

Traduzione Volare e' utile, atterrare e' necessario*, signora mia.

Battuta di Eros Drusiani

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 GIURO CHE L'HO LETTO TUTTO (rubrica di libri a cura di Giannuzzo Cotroneo, che vediamo immortalato nella sua eloquente intelligenza)

"Oh, ho letto l'ultimo romanzo pubblicato in Italia di Dean Koontz, Il volto. Come dire: sono seicentonovanta pagine, ma potevano tagliarne settecento. Grazie a tutti"

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 LA SCIOCCHEZZA DEL GIORNO (rubrica che non usa giri di parole)

"La mostra del cinema di Venezia si apre con un film cinese, un segno dei tempi" (Curzio Maltese, rubrica "Contromano" sul Venerdì di Repubblica di questa settimana)

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 LUCIDI OTTONI (rubrica su una mente rischiarante)

"E' perfettamente inutile piangere sulle nostre cronache politiche, per quel che dicono e per quel che fanno i vari protagonisti della vita pubblica. Fedele alle regole che mi impongo in questa sede, non scenderò nei particolari, non farò esempi". (Piero Ottone, rubrica "Vizi e virtù" sul Venerdì di Repubblica).

Commento Insomma aria fritta per quaranta righe, come al solito.

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GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di psicanalisi di Rosa Alberoni all'università di Uusikaupunki e di spaghetti in bianco cucinati flambé  all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)

"No, niente, ho visto un altro conduttore, forse uno stagista, su Sky Meteo 24 e non ho capito una cosa: ma perché su Sky Meteo 24 continuano sistematicamente a scegliere solo dei cialtroni incapaci? Ma che cos'è, un esperimento genetico? Grazie a tutti".

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giovedì, 25 agosto 2005

GOODBYE AMBROGIO

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 GIOGHI DI PAROLE (rubrica che invita a non esagerare nei titoli con il calambour)

"E DOPO TRE ANNI VI RIMETTO TUTTI IN LIGA" (titolo del servizio sul concerto-evento di Ligabue pubblicato sul "Corriere Magazine"di oggi)

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GAGO AL PARLAMENTO (rubrica di approfondimento politico a cura di Augusto Pionatini. Nella foto, Pionatini con il suo proverbiale pizzetto di carta vetrata sciacquato nella varechina)



"Niente, volevo intervenire in ritardo sul discorso di Tremonti al meeting di Cl, che ha tuonato contro Monti e Prodi colpevoli, secondo lui, di aver fallito in Europa e di essere destinati quindi a fallire anche in Italia. Ma vorrei sapere se qui da noi a sta gente gli è rimasto un minimo di dignità dentro: ma cacchio ma Tremonti non doveva essere il superministro dell'economia, che ci faceva diventare tutti ricchi e con le arti magiche delle sue scelte economiche far diventare l'Italia la numero uno? Ma cacchio ma l'economia è in recessione e Tremonti E' STATO SILURATO DA MINISTRO! E allora come minimo uno dopo tutte ste figure di cacca dovrebbe pigliare il suo fagottino, ritirarsi in monastero e star zitto per almeno dieci anni. E invece questo no, questo lo fanno VICEPRESIDENTE e spara a zero contro tutti con la spocchiosa arroganza che lo caratterizza e come se non fosse successo niente. Ma porcaccia la miseriaccia, MA E' MAI POSSIBILE? Grazie a tutti".
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 HO SOGNATO GIULIANO FERRARA MAGRO - I DREAMED THAT GIULIANO FERRARA WAS THIN  (rubrica che rivendica il diritto all'utopia)

"Potremo sopportare la situazione nevrotica dell'essere umano nel mondo, cosciente di essere, nello stesso tempo, tutto per se stesso e niente nell'universo?" (Edgar Morin, L'identità umana)

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GRASSO NON SEI NESSUNO (rubrica di critica televisiva di Graldo Alsso, docente di dizionario delle citazioni all'università di Uusikaupunki e di cuscini sovradimensionati rispetto alle dimensioni del divano all'università di Oulu. Nell'immagine, una recente foto del professor Alsso che, come La Repubblica e il Corriere, anche lui è da oggi tutto a colori)

"Oh, oggi mi son visto FAD, su Sky Meteo 24, condotto da quel caso umano di Stefania Fiorucci. Niente, c'era questo servizio sul dog-trekking. Che praticamente è uno con un cane al guinzaglio che va a spasso. In pratica una cosa che si fa da almeno ventimila anni circa. Quando faranno un servizio sul fit-breathing?"

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 CERTASTAMPA

Luca Bottura per l'Unità e/r

 

 La solita musica

 

 Il gruppo dei Riformisti in consiglio comunale a Rimini si e’ allargato. Ne e’ entrato a far parte Giovanni Righini, ex Margherita, ex Popolari, ex Udeur. Alla vicenda ha dedicato una canzone Angelo Branduardi: “Alla fiera di Rimini, per due soldi, un consigliere mio padre voto'. E venne l’Udeur che elesse Righini che nell'urna mio padre voto'. E vennero i Popolari che mangiarono l’Udeur che elesse Righini che nell'urna mio padre voto'. E venne la Margherita che sbrano’ i Popolari che mangiarono l’Udeur che elesse Righini che nell'urna mio padre voto'. E vennero i Riformisti che strapparono la Margherita che sbrano’ i Popolari che mangiarono l’Udeur che elesse Righini che nell'urna mio padre voto'. Alla fiera di Rimini…" (continua). luca@bottura.net

 

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LA NOTIZIA DI AGENZIA DI OGGI

(aggiornamenti inutili)

Olbia Il celebre attore francese, Philippe Leroy, con un volo di 1800 metri, ha battuto oggi il suo
record personale di lancio in caduta libera. Leroy ha compiuto la sua impresa in collaborazione con l'Aviosuperficie San Teodoro Ulm, a pochi chilometri dall'omonima famosa localita' turistica in provincia
di Olbia. L'attore e' decollato a bordo di un Pilatus Porter Pc6, e' da quota 8000 metri, si e' gettato nel vuoto in compagnia dell'istruttore, suo grande amico, Antonello Demurtas. (ANSA)

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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo

Un'estate di eventi sciagurati, aerei che cadono, alluvioni, sassi dal cavalcavia, scosse di terremoto, Rutelli tra i ciellini.
(Titolo "Tra")

Commento Tecnica classica.

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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO

(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)

Luca Bottura

VIA AURELIA 

www.varigotti.it. Sta scritto sul tetto della ruggia che il Serra eternò vent’anni fa, raccontandone l’anacronistico isolamento a pochi passi dal serpentone dell’Aurelia. Scendendo la scaletta che porta al mare (cito: “Microscopica spiaggia di ciottoli variopinti, dominata da poche cabine e da un baretto con quel che basta per essere felici”) si ha il terrore – il timore, va’ – è di trovarla riminizzata, come la sporcatura tecnologica dell’insegna lascerebbe supporre.

Invece no. Gli ombrelloni, disposti su due file, sono se possibile meno. La spiaggia è ampia, vuota, e sul lato destro confina con quella libera: c’è pure una doccia che funziona. Il baretto è quello. Il banco  non ha subito l’offesa della radica, o dell’alluminio. E dietro c’è la stessa signora Eleonora che accolse il viandante col grosso naso.

Sotto, la figlia Raffaella, scruta il mare infagottata nella maglietta rossa del salvataggio. Di almeno due taglie più grande.

La chiacchiera che  ne segue è sorridente ma un filo inquietante. Comprende ricordi di guerra, il timore che ritorni, aneddoti sconsolanti sulla danarosa gioventù locale – ma anche russa – che sporca di protervia il presepe in riva al mare, e se ne va rubando persino i portatovaglioli della Coca Cola. Ma soprattutto, include una breve rassegna vip. Pare che alla Ruggia siano passati nientemeno che Fabio di Vivere e Carlo di Mediaset, nel senso di Rossella. “In verità – dice Eleonora, con la sua bella faccia di 72enne pacificata - lui ha detto di non essere lui. Sosteneva di lavorare nelle assicurazioni. Ma io l’ho chiamato: Rossellaaa! E s’è girato. L’ho fregato”.

Risalgo la scaletta sghignazzando, e penso che quel damerino non ha mai raccontato l’episodio nella sua Alta società, sul Foglio. Poi mi rimetto in viaggio. Il mare mette paura da quanto è bello. E se questa è l’Aurelia sfigurata, ti vien da pensare che il lifting proprio male non è venuto. Finquando, all’improvviso, dopo una curva a sinistra che cancella l’ennesimo strapiombo, ti ritrovi di fronte i docks di San Francisco. Anzi: i docks, senza San Francisco. E’ il porto di Vado Ligure, subito prima Savona. L’imbuto di tutti i traghetti verso la Corsica. Un enorme aggeggio dell’Ansaldo sta stipando container. A due passi, la sede della Del Monte. E quella della Noberasco. Entrambe importano e distribuiscono prugne. Forse per questo lo spirito, dopo essersi cibato di bellezza  per chilometri e chilometri, si ritrova a fare i conti con un colpo d’occhio naturalmente  lassativo.

Passo Savona, strangolata dalle piccole opere. Quasi un’ora per uscire. Una jogger che si allena sul lungomare fa l’elastico: mi sorpassa rimbalzando, irride le auto ansimanti. La riprendo. Ripassa, mentre lo sguardo scende lungo la schiena, percorrendo la coda di cavallo che sembra una freccia direzionale bionda: voi siete qui, o vorreste tanto esserci. Il tutto almeno dieci volte. Il blocco stradale, la puzza, la gente incazzosa che tenta di inserirsi nel budello circondato di transenne arancioni, mi sembrano d’un tratto più potabili. 

Sfreccio ai 40 per Celle, Albisola e Varazze: ultimo avamposto savonese prima che Genova si prenda il suo spazio, ultimo sfogatoio delle truppe milanesi, che dopo aver sparso un po’ di cemento a vanvera hanno preso a trattare con rispetto ciò che resta della costa. Non poco. E comunque pubblicizzatissimo. Da queste parti infatti, le cittadine – dai 10 ai 20.000 abitanti d’inverno, il triplo d’estate – possiedono una particolarità comune: la bandiera blu europea, quella che tra l’altro garantisce acque più pure della Levissima, e una scritta sul cartello d’ingresso: Comune certificato Iso 14001. Come i frigoriferi. Chissà con che procedure. E quanto è lunga la garanzia. In ogni caso, considerando che a Savona la bandiera blu sta a pochi metri da un porto poderoso, devono aver inventato le navi che vanno ad elettricità invece che a nafta. O a energia solare. A impatto ambientale zero.  Sennò non si spiega. 

Al bar Canepa di Varazze una ragazza nera offre cappuccini e citronade, la limonata maghrebina con chiodi di garofano e zucchero di canna. La ricetta si deve al marito della padrona, che è tunisino. E ha sposato una chiacchierona: Michela. Che ha una sorella anche più ciarliera: Antonella. Pagando il conto, vengo invitato a sottoscrivere per Televarazze: l’unica privata della zona. Che rischia di chiudere. Così, al prezzo di una bibita, mi ritrovo il pezzo già scritto. Perché la minaccia  di Televarazze  è la Legge Gasparri (che, com’è noto, si chiama così perché l’ha scritta Quellolà, ma la legge Gasparri). Servono 20.000 euro per passare sul digitale terrestre. Sennò, inesorabile, arriverà l’oscuramento.

La scalata verso i Salesiani ha come premio l’ingresso in una canzone di Paolo Conte: mancano sia l’oleandro, che il baobab. Ma l’Africa in giardino c’è tutta. Contornata da un anfiteatro di cemento in stile fascista (nitido, bello) che una mano pia, è il caso di dirlo, ha ingentilito di colori pastello. In sottofondo suore silenti distribuiscono cibo a ragazzini chiassosi. E il sole dell’una, che cancella le ombre e picchia sul verde del campo da basket, alimenta un pensiero lirico: se non mi sposto in fretta all’ombra, ci resto secco.

Naturalmente a Televarazze non c’è nessuno. La porta bianca, che sta tra la sede dei lupetti scout e quella della “banda Cardinal Cogliero”,  è giusto sotto una statua di don Bosco trasformata in massa utile per l’antenna. Ed è sbarrata. Il solo pensiero che questo panorama immutato dagli anni ’50 debba piegarsi al decoder è semplicemente pazzesco.

Alle 19.30, bingo. Il loculo finalmente è animato. Due stanze: una per la regia, una che con infinita buona volontà si potrebbe definire studio. Sta andando in onda il telegiornale. Lo conduce  Valeria, una tra le tante volontarie  che sono salite fin lì e hanno chiesto di provare. L’unica che non si emoziona e riesce a farlo in diretta. Avrà vent’anni. Diploma tecnico, canta da mezzosoprano. Dietro, la scenografia: una cartolona della città. Con su scritto “Varazze”, casomai lo spettatore pensasse di essere a Cogoleto.

I fuorilegge sono quattro. Li coordina Piero Spotorno, 74 anni che sembrano quindici in meno, ex prosindaco Dc del paese, ex venditore di televisori, ex pellicciaio a Milano. E’ lui che stila i palinsesti: la santa messa la domenica, le processioni quando capitano, servizi sull’entroterra, un talk show il sabato sera, consigli comunali “che quando ci siamo noi durano il doppio”, programmi medici. Funzionano così: quando un dottore che abita nelle vicinanze torna da un convegno, va lì e dice cosa ha imparato. Telefonano altri medici e chiedono se è proprio vero. Il pubblico – non giovanissimo, diciamo – apprezza. “D’estate – spiega Spotorno – vanno forte anche le repliche delle processioni. Gli anziani le guardano e fanno la conta: quello è morto, quello no, quello sì…”.

Gli chiedo se hanno depositato il format, prima che Canale 5 lanci il reality sulle processioni: “Sopravvissuti”. Mi guarda, giustamente, con compassione.  E’ un linguaggio che schifa. Come schifa la pubblicità. Fanno le riprese gratis, loro. Vanno dai commercianti in cambio di un caffè, della ricetta di un dolce detta a favore di telecamera, di una vecchia foto inquadrata con mano traballante. Ribaltano cioè il modello danaroso delle tv di città, dove anche il concessionario d’auto più scalcagnato è disponibile a spendere cifre consistenti pur di guadagnare il quarto d’ora di notorietà. Qui è gratis. Magari noioso, come può esserla la riunione di un condominio che non è il tuo. Ma gratis.

Per quella che lui stesso definisce una tv a pedali, e che in fondo è un’anticipazione con altri mezzi delle tanto decantate telestreet , Spotorno ha dei complici. Alessandro Giusto, elettricista, si occupa delle luci. Di materiale ha già speso circa 30.000 euro. Antonio Tartaro, pensionato Telecom, riprende tutto con la telecamerina e poi monta e ingrafica a casa sua. Massimo Cerruti, ex riparatore di televisori, sovrintende a una batteria di monitor Mivar già oltre il modernariato: manco  gli alberghi li volevano più. 

Finora la colletta ha fruttato 9.200 euro. Qualcuno durante un concerto gospel organizzato apposta, molto di più in chiesa, dove Giusto in persona ha distribuito buste vuote alla ricerca di un segno di pace. Basteranno per accendere un canale in Dtt entro il 31 luglio e scongiurare la chiusura immediata. I restanti 10.800 devono arrivare entro il 2006, quando la legge sarà a regime. O a regimetto. Altrimenti… “Altrimenti – mi dice Spotorno – potremmo essere costretti a cedere la frequenza, dopo 25 anni. Magari a uno dei tanti politici che si fanno sotto prima delle elezioni. Ma non succederà”.

Non succederà. E il primo gennaio 2007, grazie a una questua antica, Televarazze entrerà trionfalmente nell’era digitale. Per salvare il posto il tg4. E ci entrerà trasmettendo  i programmi col Vhs di casa.  Sintesi minima di un Paese che Carlo Freccero, a proposito di tv, definì giustamente a metà tra Giappone e Africa. E non sai mai quale ti capita.

luca@bottura.net

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IN MINIERA!


(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)


"Marco e Afef hanno cenato sulla spiaggia a piedi nudi da Juan y Andrea a Formentera".

Commento Com'e' una spiaggia a piedi nudi?
postato da: bravimabasta alle ore 13:21 | link | commenti (3)
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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 


NON so cosa hanno in mente i 1.500 macachi che hanno preso possesso in India di alcuni palazzi del potere. E non intendono mollare consapevoli forse che la scimmia nella religione indù è un animale considerato sacro e perciò protetto. Pare, e qui la gioia di chi scrive arriva al massimo, che siano stati visti alcuni esemplari di macachi strappare con soddisfazione pratiche, buttare per aria faldoni, non salutare un dirigente d'alto grado incrociato nei corridoi. Non abbiamo notizie, e speriamo che qualcuno ce le dia, di possibili incontri fra macachi e uno o più ministri. Ma perché hanno scelto quei palazzi e non altri? Più passa il tempo e più ripongo grande fiducia nella saggezza degli animali. I macachi sanno quello che fanno e perché lo fanno.

Traduzione Sto a fa' satira sull'India, signora mia.

postato da: bravimabasta alle ore 11:58 | link | commenti (1)
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PER PERDERE DOMANI

(rubrica che spiega un po' tutto nel titolo)

La strana coppia Fassino-Diaco. Da ottobre un programma radio. Tutti i lunedi' mattina il segretario Ds e il polemico conduttore insieme in una trasmissione sul circuito Area.

Da Repubblica.it

postato da: bravimabasta alle ore 11:52 | link | commenti (3)
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mercoledì, 24 agosto 2005

 CERTASTAMPA

Luca Bottura per l'Unità e/r

 

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 Buongiorno e bentornati a "C'e' posta per gli altri", la rubrica che si incarica di rispondere alle lettere pubblicate su altri giornali e lasciate li' senza un cenno di attenzione, di conforto, tantomeno di risposta. La lettera di oggi e' stata pubblicata a pagina IX del Carlino Bologna, sotto il titolo "METANO Inquina molto meno ma non per niente". Eccone il testo: "Sui display dei bus a metano appare la scritta 'veicolo non inquintante'. Sarebbe piu' corretto scrivere 'meno inquinante'. Anche il metano produce gas e polveri nocive anche se non si sono ancora studi". Firmato: Lettera firmata. Ora' e' costume di questa rubrica non rispondere a chi non si firma, ma per questa volta facciamo un'eccezione. La risposta e' questa: oh, ma ne hai del tempo da perdere, lettera firmata. E comunque non ce lo scrivono perche' il display non e' abbastanza lungo. Contento adesso? 

 

luca@bottura.net

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GAGO NEWS

Flash> Il vescovo di Bologna ha dichiarato che "Felicita' e' saper rispondere a Dio". Sara' meglio che mi metta a studiare.

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LA NOTIZIA DI AGENZIA DI OGGI

(aggiornamenti inutili)

La Spezia. Aveva vinto il reality show  "Campioni", ma dopo il sogno e' arrivata la dura realta' e ora
Lorenzo Spagnoli e' un calciatore disoccupato.  "In tanti si erano interessati a me - ha dichiarato a Il
Secolo XIX - ho conosciuto tanti campioni, ma non ho un ingaggio": e' lo sfogo che il giovane Lorenzo Spagnoli ha affidato alle cronache spezzine del quotidiano. (ANSA)

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IN MINIERA!


(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)


L'elegantissima Maria Angiolillo cena amici al Grill dell'Hotel de Paris a Montecarlo. Attorno, qualche tavolata di russe che bevono solo Dom Perignon d'annata. Nasdrovie! "

Commento Fankuloski!
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo

Un’interessante trasmissione sugli intrecci perversi tra il mondo comunista e quello esoterico è stata presentata lunedì sera dall’annunciatrice di Raitre con queste parole: «Va ora in onda i Misteri del comunismo, la visione è consigliata a un pubblico adulto». Purtroppo non era un film porno.

(Titolo "Visioni")

Commento Beh, questa e' proprio brutta.

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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 


DUE giorni fa Vincenzo Cerami ha raccontato su questo giornale la storia del conte Vittorio Roberti. Le montagne dell’Adamello hanno probabilmente consegnato i resti del conte Roberti che vi trovò la morte 60 anni fa, nel 1945. E’ stata ritrovata una camicia con i gemelli d’oro e stemma nobiliare, un portamonete da antiquariato. Mi fa impressione l’idea che la montagna abbia conservato per tanti anni i resti di un ventenne che ha visto la vita passargli davanti lassù, costretto nel ghiacciaio. Nella memoria di molti che abitano a Ostia e lungo il litorale, rimarrà lo spavento di lunedì 22, alle ore 14,00 o giù di lì. Una scossa di terremoto e gli occhi di tutti che correvano al mare per vedere se era come lo tsunami di dicembre. La paura può essere archiviata.
Traduzione Me so' dimenticato la chiusa, signora mia.

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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO

(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)

Luca Bottura

 

ALASSIO – Infilando la chiavetta nel cruscotto, a Ventimiglia, mi ero ripromesso di arrivare in fondo al giro d’Italia senza nominarlo mai. Quellolà, intendo. Perché sarà anche vero che viviamo nell’Italia che aveva in mente, e che oggi ha in leasing. Ma, diciamolo: si può vivere e bene senza Berlusconi. Sempre se non campi di satira, naturalmente. In quel caso, e solo in quel caso, la sua eventuale scomparsa dalle scene sarebbe una iattura. Toccherebbe riconvertire la comicità. Far battute, chessò, su Agazio Loiero. O sui tigli. Solo che i tigli sono alti di loro. E le battute vengono solo a quelli bravi.

Il guaio è che ormai, se non sei tu ad occuparti del presidente del consiglio, è lui che si occupa di te.

 

Ad Alassio me lo sono ritrovato di fronte due volte, senza cercarlo mai. La prima nell’atelier del maestro Mario Berrino. Ramo impressionisti. Talento internazionale. “Andò così – mi racconta -. In una galleria di Portofino era esposta una mia opera. Arriva Berlusconi, che aveva la villa lì. Quella che adesso è stata affittata da Dolce e Gabbana. Vede il quadro, gli piace. Lo compra. Poi chiede di andare in bagno. Proprio di fianco alla porta erano accatastate altre nove tele, ancora da esporre. Se le fa portare fuori. Le esamina brevemente. Le vuole tutte. Gli dicono che ce ne sono altre due in esposizione a Montecarlo. Prende l’elicottero, va a comprare anche quelle. Guardi questa foto: è la camera da letto di uno dei suo yacht. Quello è il mio quadro”.

E questa sembra la campagna acquisti del Milan.

 

Berrino ha 85 anni clamorosamente portati. Lo intervistò il Serra, vent’anni fa. E ti viene istintivamente da pensare che tra vent’anni lo troverai ancora lì. Con la sua maglietta azzurra e il capello candido ma fittissimo. Rispetto all’originale, manca solo il pappagallo di Hemingway, quello che andava avanti a ravioli di borragine e Pastis, e d’inverno si rifugiava nella dispensa del “Caffè Roma”, dentro ai sacchi di zucchero. E’ scomparso alla soglia dei cinquant’anni. Parlandone, il maestro incespica. Ricorda la scatola rossa in cui l’ha sepolto. Si commuove.

 

Forse perché il “Roma”, che oggi somiglia tanto un cocktail bar di Milano, non è più suo: lo vendette dopo essere stato rapito dalla mala, a inizio ’70. Doveva rientrare. O forse perché con Pedrito se ne sono andati di botto il roof garden e Jacques Prevert, Salvador Dalì e i concerti dal vivo per la Bbc, Billy Cotton e Gilberto Govi, Patty Pravo e gli altoparlanti sparati a tutto volume, perché sennò la voce di Patty Pravo col piffero che si sentiva.

 

E naturalmente Hemingway. Che sarà pure il Garibaldi degli scrittori, o lo Stendhal contemporaneo, uno che da un certo punto in poi si muoveva con la targa commemorativa già in tasca. Ma qui c’è stato poco meno degli Hambury, i signori inglesi che hanno riscritto la Liguria. Ha costruito un po’ di storia e un po’ di storielle. S’è innamorato di Alassio con una bottiglia di whisky Antiquary, e se n’è congedato con quattro bottiglie nel bagagliaio della Buick. Ha fatto, in sintesi, quasi quanto Romano Battaglia per la Versiliana. Per dire.

 

Del muretto, non potete non sapere: una sorta di “Walk of fame” in guazzetto, che raccoglie centinaia di maioliche autografate da vip antichi e moderni. Da Nicolò Carosio, giù fino a Maurizio Mosca. Da Salvatore Quasimodo giù giù fino a Nantas Salvalaggio. Da Gino Cervi giù giù giù giù giù giù fino a Giulio Base. Uno status symbol intangibile, giura Berrino. Che ama raccontare il modo in cui respinge gli aspiranti poco degni: “Mi rifaccio al parere del comitato di 12 saggi”. E chi sono i 12 saggi?, chiedo, stupidamente. “Ma sono io, no?”. Risata. Forte.

 

Saprete anche, ovvio, che il Muretto ha figliato il noto concorso. Cinquantadue anni fa. Che l’hanno vinto la Ruta, e Simona Ventura. Forse però non sapete che nel 2003 se l’è aggiudicato una studentessa romana, Sabrina Conti. E che poi, illuminata da alcuni ragazzi di An, ha rifiutato la vacanza-premio a Cuba “perché non voglio andare in un Paese senza libertà”. Che poi il manager di Sabrina si chiami Romano Storace e somigli parecchio al ministro della Salute, attiene senz’altro all’albo delle coincidenze. E se così non fosse, meglio comunque lasciar perdere. Con la famiglia Storace l’Unità ha già dato.

 

Nel frattempo, Cuba è sopravvissuta, ancorché faticosamente, al gran rifiuto della Colle. E dell’episodio in città non c’è memoria. Anche perché ad Alassio l’ambasciatore cubano non l’hanno mai visto. Quello del Belize sì. E non è stato un incontro facile. Soprattutto, quando si dice il caso, per il direttore della pensione in cui ho preso alloggio. Un tre stelle marine, dunque generose. Si chiama Alessandro Banchio – il direttore, non la pensione - ed è il rampollo di una nota famiglia di albergatori. Ha un locale sull’Aurelia, verso Albenga. Sulla spiaggia. Piano bar, musica diffusa, ogni tanto qualcuno si alza e balla. Ogni tanto, anzi tutte le sere, gli arriva la polizia. Ce l’ha mandata l’ambasciatore del Belize. Che abita proprio lì di fronte. E vuol farlo chiudere.

“Io manco sapevo dove fosse, il Belize”, mi dice Banchio. Poi è andato a guardare: 240.000 abitanti incastonati tra Messico e Guatemala. “E questo doveva prendere di mira proprio me”.

Segue una ricca aneddotica: l’ambasciatore che vuole i posti auto dove non ci sono, l’ambasciatore che entra nel ristorante con la scorta a pretende di sgombrare la sala per motivi di sicurezza, l’ambasciatore che sfreccia con la Mini cabrio spaventando i turisti… E un soprannome piuttosto ingeneroso. Che qui non si riporta per evitare una crisi diplomatica, ma attiene all’assonanza tra il Paese in questione (il Belize, appunto) e il vezzeggiativo con cui i locali identificano in vernacolo una peculiarità anatomica maschile. Le prime quattro lettere sono le stesse.

Un paesino ostaggio di un Paesino, insomma. Ma sarà vero? Cerco di chiederlo al sindaco: Marco Melgrati, forzista, primo mandato. Architetto. Un omone, con sigaro d’ordinanza. Gioviale. Giorni fa ha minacciato di incatenarsi perché la Provincia non gli faceva costruire un parcheggio. Nel prezzo – zero – sono comprese una breve gag anticomunista (rientra in Comune alla ricerca di un crocifisso), qualche secondo di propaganda (l’anno prossimo riaprirà il Grand Hotel) e il suo punto di vista: Banchio ha torto. Fa troppo rumore. Ha chiesto permessi ma non li ha ottenuti. Ha ragione l’ambasciatore, che putacaso sta al piano di sopra. Nell’ufficio del sindaco. “Vuole parlargli?”. Voglio parlargli.

Nunzio Alfredo D’Angeri, Pupi per gli amici, indossa un paio di bermuda e una camicia hawaiiana arancione. E’ sulla cinquantina. Non fosse che condivido il problema, ne segnalerei anche una generosa pinguedine. Sta seduto su una poltrona di fronte alla scrivania del primo cittadino, sopra alla quale troneggiano due foto: il sindaco insieme a Silvio Berlusconi; il sindaco insieme al ministro Scajola. Sorta di logo della repubblica autonoma che va da Imperia al confine: Scajoland. Facile che abbia un Pil superiore al Belize. Della foto di Ciampi, invece, non c’è traccia.

D’Angeri si racconta brevemente:  il babbo italiano, l’emigrazione, il rientro in Italia, il prestigioso incarico, i weekend alassini, il suo recente viaggio di Stato in Sicilia in cui ha consegnato a Totò Cuffaro – cui, tra parentesi, somiglia moltissimo – addirittura la Croce dell’Amicizia del Belize. Si candida a un ruolo di mediazione tra Israele e Palestina. Poi taglia corto: “Ma lei non voleva chiedermi del locale?”. Volevo. E così mi becco una cordiale, pacata, intransigente filippica sulla legalità, sulla lobby che protegge il suo avversario, sulla meravigliosa città di Alassio che grazie al ministro Scajola ha pure il volo diretto Roma-Imperia, ma non deve permettere abusi edilizi e disturbo della quiete pubblica. E privata. La sua.

Banchio mi aveva raccontato, senza convincermi, di un suo viaggio della speranza alla Regione Liguria: “Il funzionario apre una cartella, ed esce dall’ufficio perché io possa sbirciarla. Mi avvicino e leggo: è l’invito del ministro Buttiglione a controllare il mio locale. Secondo lei chi ha premuto su Buttiglione?”. D’Angeri smentisce. “Ma se fossi davvero  così potente – chiosa - lo farei chiudere domani. Sono io che gli mando la polizia tutte le sere. Pensi che il nuovo commissario manco era a conoscenza del mio problema. Vogliamo farle rispettare, le leggi, in Italia?”.

Stordito dalla domanda, scendo in auto a recuperare la fotocamera. Quando rientro nell’ufficio del sindaco, la situazione è radicalmente mutata: l’ambasciatore sta cazziando orrendamente l’assessore Zavaroni, una mite signora di origini brasiliane che evidentemente ha idee un po’ diverse sulle priorità legalitarie ad Alassio. La accusa di proteggere chi viola le leggi, se la prende pure col sindaco, minaccia di muoversi con chi di dovere. Attendo dieci minuti di rumba verbale. Poi scatto le foto. D’Angeri si ricompone. Smile, flash.

Uscendo, gli impiegati comunali allargano le braccia. Fioccano altre leggende metropolitane. L’assessore Zavaroni mi raggiunge, mi sorride. Quasi si scusa. Poi specifica le sue deleghe: protezione civile e servizi scolastici. Si occupa di bambini.

E i bambini, si sa, le vogliono tutte vinte.

 

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martedì, 23 agosto 2005

GAGO AL PARLAMENTO (rubrica di approfondimento politico a cura di Augusto Pionatini. Nella foto, Pionatini con il suo proverbiale pizzetto di carta vetrata sciacquato nella varechina)



"Oh, no, niente, sapete che io alle primarie voto Scalfarotto? Grazie a tutti".
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 CERTASTAMPA

Luca Bottura per l'Unità e/r

 

Grandi esclusioni

 

 Il dinamico Luca Billi, responsabile per le Feste dell’Unita’, ha annunciato ieri che al Parco Nord, per la Festa bolognese, saranno presenti tra gli altri il ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno, il deputato di An e consigliere comunale Enzo Raisi, il vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, Galletti dell’Udc, Carella di Forza Italia e Carlo Monaco in rappresentanza della sua assemblea di condominio. Alla luce di questo annuncio, la polemica di Angelo Rambaldi della Margherita, che ieri aveva lamentato il poco spazio concesso al suo partito, risulta ancora piu’ condivisibile: perche’ tutti gli altri partiti del centrodestra si’ e la Margherita no?

 

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LA NOTIZIA DI AGENZIA DI OGGI

(aggiornamenti inutili)

Sestola, sull'Appennino modenese, ospita dal 26 al 28 agosto i Campionati assoluti di lancio del
ruzzolone. Si confronteranno i migliori lanciatori, che si contenderanno i titoli tricolori individuali e a coppie sui sei percorsi, detti treppi, del centro di Val di Sasso. (ANSA)

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 TUTTI AL MARE VENT'ANNI DOPO

(Prosegue la pubblicazione del diario-omaggio uscito sull'Unita' dal 20 luglio scorso)

Luca Bottura

VENTIMIGLIA  

Vent’anni fa, per dire, la Fiat non si era ancora riconvertita al ramo felpe. Produceva auto. Povere, ma sincere. Tipo la Panda 4x4 con sospensioni in ghisa. Le vendeva. E si pregiava di sponsorizzare con dieci milioncini l’organo del Pci, il viaggio di un suo redattore, il periplo di un mese da Ventimiglia a Trieste. Forse perché sapeva perfettamente di accostarsi a un giornale d’alemiano, in odor di svolta kennedyan-veltroniana, letto da quel monoblocco conservatore e progressista che ancora oggi lo compra, lo vendicchia, ci incarta lo gnocco fritto. Roba piuttosto lontana, insomma, dal trittico di miseria, morte e distruzione, con cui un noto caratterista continua a riscuotere un certo successo di pubblico. E di addetti ai lavori. I suoi. Anche se, a ripensarci, certi sonetti di Trombadori pubblicati sull’Unità mettono paura ancora oggi. Pare che li usassero per minacciare i bimbi disobbedienti.

Riparto da qua, sulle orme di Michele Serra. Manco fosse Mario Soldati. Oddio: quanto a peso specifico intellettuale siamo lì. Per me, oltre. La differenza sta nel fatto che Michelino è vivo. Lotta insieme a noi. Potrà fare paragoni amichevoli e impietosi. Così come chi legge, e ancora ricorda quell’epopea agostana. Ma è qui che il cronista mette da subito le mani avanti. Come diceva il senatore Debenedetti: a ognuno secondo i propri bisogni, da ognuno secondo le proprie possibilità. Di uguale, rispetto ad allora, c’è solo la curiosità. Di vedere come è andata a finire. Ripercorrendo lo stesso identico tragitto, tappa per tappa. Tutto il resto è figlio di un’Italia probabilmente minore. Certo diversa. Cambiata, stravolta. E mica solo per colpa di quellolà.

Le frontiere, ad esempio. Vent’anni fa non c’era Schengen. E adesso non dovrebbe esserci più. Merito della brillante pensata francese: blindare i confini dopo aver accolto – e integrato, più o meno - milioni di musulmani. Tolto Guantanamo, sarebbe il più clamoroso sequestro di massa della storia. La realtà però è un’altra. In uscita, un’occhiata dei gendarmi te la becchi. Ma bastano la targa giusta e la faccia adatta (io ad esempio assumo un’espressione a metà tra Patrizio Roversi e il pesciolino Nemo: funziona sempre) per ottenere un veloce cenno d’assenso. Al rientro, pare di essere Lunardi quando si lancia a 150 nella notte. Nessun controllo, l’Italia che arriva senza annunciarsi. Anzi, che torna. Perché il confine invisibile si era già materializzato verso Nizza, alle spalle. Sotto forma di Audi color canna di fucile targata Bergamo. Dei suoi abbaglianti. Un’apoteosi di lampi da  videogame, tipici di chi pensa che sopra una certa frequenza l’auto davanti, zot, scompaia nel nulla.

 

Se è concessa una parentesi di bassa antropologia (e se non è concessa pazienza, c’è giusto Diaco che comincia su Rainews 24, andate a vedervelo) l’Audi canna di fucile non è un’auto. E’ un gradino evolutivo. Se la Golf Gti nera certifica con rare eccezioni la cafonship del guidatore, l’Audi grigia ne è la sua declinazione danarosa. L’upgrade, come direbbe uno di quei tizi delle vendite piramidali giusto prima di schiaffartelo in quel posto. Sopra, nella lista, ci sono il Suv, il Suv da calciatore, Christian Vieri. Sotto, la Classe A. E l’odiosa Smart. Poi c’è anche chi potrebbe prendere la Golf e con gli stessi soldi, inspiegabilmente, si compra una Stilo. Ma di Lapo Elkann parleremo un’altra volta.

Ora c’è da raccontare la prima, significativa evoluzione. Nel 1985, al museo archeologico dei Balzi rossi, un sospiro dal confine italofrancese sull’Aurelia, il Serra testimoniò un mare commovente, due stanze, due grotte, tre scheletri, un biglietto da 2000 lire, un paradigma italiano: l’usciere che si trasforma in guida turistica “ma non sarebbe di mia competenza”. Oggi il mare è miracolosamente intatto, le stanze sono diventate quattro, le grotte sono sempre due perché le altre sono oggetto di scavi, gli scheletri non sono aumentati, il biglietto costa due euro. E, soprattutto, gli improvvisati Ciceroni sono quadruplicati. Sempre senza averne titolo ufficiale. Sempre per buona disposizione personale e per competenza acquisita. Giammai – cito l’originale – per dovere.

La prima guida mi accoglie con un lancinante: “Signoreee!”, ossia la versione nordista del romanesco “Dica?”. Tutto perché la cassa, entrando nella stanzetta d’ingresso, si trova alle spalle. E pagare il biglietto non è la prima cosa che ti passa per la testa.

Il suo collega mi mostra con orgoglio un congegno meccanico che disvela i cinque diversi focolari trovati in loco, uno sull’altro, nel Paleolitico. Subito prima dell’uomo di Neanderthal. Subito dopo Mario Borghezio.

Ma il reperto meglio conservato si nasconde all’apice di una passatoia che scavalca la ferrovia, il rasoio d’acciaio che tagliò i crepacci in due prima che i tedeschi, alla fine del ’45, cancellassero il resto con una bomba: è il custode delle grotte.

Sta qui da sei anni, ogni mattina parte da Imperia, cento e rotti chilometri tra andata e ritorno, e accoglie il visitatore – uno: io; poi si aggiungerà una famigliola con due bimbi – con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il dottor Livingstone nella giungla. Certo, le frasi d’acchito sono repertorio puro: “Vedrà, sono solo due buchi. E stia attento ai piccioni: sganciano”. Ma nel biglietto sono comprese una battuta sulla minerale riparata all’ombra (“Il mio frigo”), alcune rivelazioni su due navi da guerra alla fonda proprio lì di fronte (“Sono russe, vengono a Mentone per recuperare i resti di un ammiraglio, prima i cannoni hanno fatto un bel concertino”) e la gag che già divertì il Serra: alcune incisioni rupestri a tre metri di altezza, nella grotta del Caviglione, che dovrebbero rappresentare un cavallo.

Tra me e la famigliola intercorrono sguardi sconcertati. La guida si dà un contegno: “Ecco, quello è la zampa anteriore. E quello il muso. Vedete? No, eh? Certo, se mi dessero una bacchetta laser… O anche solo una bacchetta e basta. Ma poi alla sovrintendenza dicono che la bacchetta lascia i segni…”.

Incamminandomi verso l’uscita, quasi inciampo nell’ultimo reperto segnalatomi dal nostro uomo: la sbarra che separa la via d’accesso al museo dall’Aurelia. Un cancello automatico in metallo. L’ha fatto costruire il mega condominio anni ’70 che precede, prendendoli metaforicamente a pernacchie, i Balzi rossi. E’ abusivo, pare. Certo è che la giunta precedente, mi spiegano al baretto che fronteggia la frontiera, l’aveva fatto rimuovere: “Capisce? Quella è una strada comunale, sarebbe come mettere un cancello in via Hambury”. Ma la nuova giunta ha permesso di ripristinarla. E la strada pubblica è tornata impraticabile. Incrocio le dita: di che parte era la vecchia Giunta? “Centrosinistra”. La nuova: “Centrodestra”. Ed è pure sotto inchiesta. Multipla. Nulla è più rassicurante che un pregiudizio scolpito nella roccia.

Tornando in città, cerco tracce di un altro record dell’attuale amministrazione: il giro di vite sugli immigrati. E mi imbatto in una bella nemesi: ce ne sono, molti. Nonostante la grande retata di appena sabato scorso: un camion di merce sequestrata. Sono senegalesi, cinesi. Stupiti che sia un turista ad approcciarli per primo. Appena comincio a fare domande, però, mi mollano. Come IO abitualmente mollo loro. Un sorriso, un “no, grazie”. E via. Un africano si rintana in stazione dicendo che deve prendere il treno, e poco dopo mi ripasserà davanti. Né mi va meglio spostandomi nei luoghi di ritrovo. In un phone center, di quelli dove gli extracomunitari spesso vanno per chiamare casa, trovo una signora tedesca che mi spiega come da lei di solito gli immigrati non si presentino. Appena il tempo di chiedermi se l’indiana col sari che sta telefonando sia un ologramma, che la mia interlocutrice mi dà un consiglio: qua dietro c’è un negozio di kebab. Provì là.

Sarà. Nell’ora di punta, solo italiani. Compresa – e qua sta la sorpresa –la proprietaria. Che prima intima alla ragazza del kebab di non parlarmi. Poi si scioglie. Velocemente. Racconta che è venuta dalla Sicilia “perché non c’era lavoro, che dovevo fare?”. Che senza gli immigrati dimezzerebbe il bilancio. Che ha inserito la carne d’agnello perché gliela chiedevano “ed è buona”. Che ora gli arabi sono andati a San Remo (ride) ma prima aveva la polizia tutti i giorni. Che i commercianti si lamentano, e hanno ragione, “ma poi l’orologio a cinque euro finisce che te lo compri”. Che “basterebbe fargli pagare le tasse, e dargli anche il voto”.

Il nome del locale è Mama’s. Dentro, appoggiata al bancone, una zia’s. Siciliana pure lei. “Sono come noi. Sono come me, quando ho cominciato a lavorare a Monaco. Sardine, per un periodo. A La Monegasque. Trasformatori, dopo. Alla Sme. Tutti italiani, dieci ore al giorno. E ci pagavano meno dei francesi. Lo fanno anche adesso. Siamo ancora i loro senegalesi. Ci accusavano di portargli via il lavoro. Per questo, con tutto l’impegno, faccio fatica ad essere razzista”.

Mangio la pizza al taglio. Pago, esco. Felicemente sconcertato da quel quadretto odoroso di cipolla. Chissà se la zia’s ha mai dato un’occhiata all’Orda, il bel libro di Gian Antonio Stella. Parla di lei, in fondo. In ogni caso, difficile che abbia mai letto la Fallaci.

luca@bottura.net

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IN MINIERA!


(rubrica didascalica a proposito di Carlo Rossella e della sua Alta società sul Foglio)


"Weekend a Beirut. Martini vodka secco e deciso al Vendome. Il pianista suona My Way per una principessa saudita velata"

Commento Povera Beirut, pure Rossella.
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo

A casa i tecnocrati che hanno fallito,
durissima autocritica di Tremonti.  (Titolo "Fallimenti")

Commento Beh, questa e' proprio bella.

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E LO PAGANO PURE


(rubrica invidiosa di Maurizio Costanzo, che sul Messaggero se vuole può scrivere pure la lista della spesa, e quelli gliela pubblicano) 


AL PROCURATORE di Brescia, alla luce di ulteriori riscontri, appare certo che Guglielmo Gatti sia la persona che ha ucciso e orribilmente mutilato i propri zii. Il presunto colpevole li chiamava: lo zio e la Luisa, perché non amava nominare la zia acquisita. In questa vicenda mi stupisce anche che dopo alcuni giorni dal suo arresto non ci sia stato nessuno, quand’anche un lontanissimo parente, che gli abbia mandato un cambio di biancheria. Certo, non ha famiglia o quasi e i due parenti più prossimi probabilmente è stato proprio lui a toglierli di mezzo. Però, un cambio di biancheria. Mi auguro che il suo avvocato abbia provveduto o provveda. Una orribile storia fatta di silenzi, di omissioni e forse di follia.
Traduzione E portarglieli io, signora mia?

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lunedì, 22 agosto 2005

 CERTASTAMPA

Luca Bottura per l'Unità e/r

 

Attore per Procura

 

 

Il Procuratore capo di Bologna Enrico Di Nicola calcherà le scene interpretando se stesso nel ' Processo a Otello', la pièce teatrale che si terrà sabato 27 agosto, nel corso del festival 'Spoltore Ensemble'. Nella rappresentazione, il famoso uxoricida salirà al banco degli imputati e verrà messo sotto accusa da magistrati e avvocati veri. Il Procuratore-neo attore reciterà il ruolo del giudice al cospetto di una giuria popolare costituita da 8 cittadini, scelti fra coloro che hanno risposto al bando del comune di Spoltore. La regia e’ di Luciano Paesani. Pare che De Nicola abbia accettato con grande entusiasmo l’esperienza perche’ per la prima volta in vita sua gli capitera’ di ottenere una sentenza in 90 minuti: “Ho sempre desiderato cimentarmi con la fantascienza”.

luca@bottura.net (gago.splinder.com)

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DISCO RINK (rubrica musicale a cura di Mario Fegatto Lugiz, il cui parrucchino in vinile nel frattempo è cresciuto in maniera spropositata, tanto da far diventare Mario Fegatto, suo malgrado, un figlio dei fiori)
Oh, son sempre io. No, niente, leggevo che il nuovo singolo degli Stadio si intitola "Mi vuoi ancora". Meno male che non c'e' piu' il 45 giri, senno' sul lato b ci stava precisa la risposta: 'No'".
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GAGO NEWS

Flash> Il terremoto di Roma e' stato rivendicato da Al Qaeda.

postato da: bravimabasta alle ore 14:56 | link | commenti (6)
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CHIAMAMI IENA(rubrica a grande richiesta su un uomo che si crede dritto e che invece e' solo un gran babbeo

Ci sarà un sacco di gente, vengono Romano, Fausto, Clemente, Vittorio, Antonio, Alfonso, Ivan, don Andrea, forse passa pure don Vitaliano. Vieni anche tu alla festa delle primarie e porta chi ti pare, magari una donna. (Titolo "Magari")


Commento C'e' gia' Alfonso.

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LA NOTIZIA DI STUDIO APERTO DEL GIORNO (selezione di notizie inutili tanto per parlare d'altro)

TRIESTE Il 2004 è stato l’anno della ripresa per le esportazioni di merci dal Friuli-Venezia Giulia, aumentate del 20% rispetto al 2003, percentuale di gran lunga maggiore della media italiana, pari al 6,1%.

postato da: bravimabasta alle ore 14:46 | link | commenti (1)
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 HO SOGNATO GIULIANO FERRARA MAGRO - I DREAMED THAT GIULIANO FERRARA WAS THIN  (rubrica che rivendica il diritto all'utopia)

"Perché presupporre che i singoli cittadini vivano sempre in una condizione di 'minorità' che impedirebbe loro di assumersi le proprie responsabilità? Non sarebbe molto più umano lasciare a ciascuno il peso della propria sofferenza, ma anche quello della propria scelta?" (Giulio Giorello, Di nessuna Chiesa)

postato da: bravimabasta alle ore 12:48 | link | commenti (1)
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 LUCIDI OTTONI (rubrica su una mente rischiarante)

"Un amico che conosce il tempo presente, perché molto ha viaggiato, e vari periodi del tempo passato, perché scrive libri di storia, è severo più di me coi nostri connazionali, e mi fa notare che noi italiani non siamo neanche capaci di metterci d'accordo sulla lettura dei numeri telefonici. Non ci avevo mai pensato. Però ha ragione". (Piero Ottone, rubrica "Vizi e virtù" sul Venerdì di Repubblica).

Commento del blog di gago: Mi mancavi tanto.

postato da: bravimabasta alle ore 12:35 | link | commenti
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DISCO RINK (rubrica musicale a cura di Mario Fegatto Lugiz, il cui parrucchino in vinile nel frattempo è cresciuto in maniera spropositata, tanto da far diventare Mario Fegatto, suo malgrado, un figlio dei fiori)
Oh, son tornato dalle vacanze (ho passato quindici giorni da favola a Pero) e ho trovato sulla Repubblica sta notizia che Bush per commemorare l'11 settembre si affiderà al suo cantante country preferito, Clint Back, che canterà il suo brano "Iraq and roll". Il cui testo è il seguente: "Io faccio tremare, li tormento/son tornato e sono/un GI Joe high-tech/C'ho gli infrarossi, c'ho il Gps/c'ho il buon piombo dei vecchi tempi./Le nostre truppe uccidono la spazzatura/in nome della buona vecchia America".
Orrendamente patriottico e di una stupidità inaudita, è vero. Ma sentite questo testo: "Quanti bambini nel mondo si addormentano sotto un tetto di stelle/Quanti bambini nel mondo non ascoltano mai le fiabe più belle./Troppi bambini nel mondo han negli occhi il terrore di cieli infuocati/e uomini non saranno mai" E' tratto dal brano "Ninànnaò" di Toto Cutugno. Ma non sarebbe meglio patteggiare con Bush cento Clint Black e dargli indietro Cutugno che ormai si è rotto? Grazie a tutti.
postato da: bravimabasta alle ore 12:27 | link | commenti
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ECCOCI QUA, PIU' IN FORMA CHE MAI!
Ed eccoci di nuovo tra noi, come promesso, fisicamente più aitanti e psichicamente più nerboruti. E per dimostrarvi che siampo più in forma che mai, ecco qua sparata una battuta esilarante subito e di buon mattino, dai vostri euforici amici
Un musulmano entra in un caffè: BUM!
ah ah ah ah ah ah ah
tattarattaratta, tattarattaratta, ta ta ta taaaaa!!! Uè uè uè uè
postato da: bravimabasta alle ore 12:11 | link | commenti (3)
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mercoledì, 17 agosto 2005

COMUNICAZIONE PUBBLICITARIA Il Blog di Gago sarà nuovamente aggiornato a partire da lunedì prossimo. Più bello che pria? Bah, ci accontenteremmo di farlo uguale. Stay tuned!
postato da: bravimabasta alle ore 15:57 | link | commenti (6)
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