RIFLESSIONI ASSOLUTAMENTE INUTILI (rubrica autocommiserantesi del comunque simpaticissimo Bedetti)
Star Wars, la pornografia e l’immaginario
Come l’ologramma di una città invisibile, la doppia trilogia di Star Wars ingloba, appaga, divulga e travisa il bisogno di immaginario di due generazioni, incarnando l’intera evoluzione tecnica del fantastico cinematografico, dalla preistoria predigitale – il primo Guerre stellari (1977) e la creazione dell’Industrial Light+Magic – all’epoca del cinema trasparente e liquido (per usare una metafora cara a Zygmunt Baumann), dove ogni forma è instabile e transitoria – Episodio I: La minaccia fantasma (1999) è il primo film della storia del cinema interamente manipolato in digitale.
Nelle due trilogie si rende dunque visibile, in controluce, la soglia di due epoche audiovisive. Con lo Star Wars del 1977 (anticipato da un altro film decisivo, Lo squalo) nasce il blockbuster, strategia integrata in cui i film – sempre meglio studiati, organizzati, cinematograficamente ed extracinematograficamente raffinati – diventano il segmento di un’articolata produzione e promozione commerciale che comprende gadget, serie televisive e videogiochi; con la seconda trilogia, come ricordato da Geoff King nel suo studio su La nuova Hollywood, l’intreccio tra universo intra, para ed extra cinematografico raggiunge il punto di fusione, fino a ibridare la natura stessa delle major: è ancora significativa la notizia che la Warner Bros., per la prima volta, si è dotata di un settore interno destinato esclusivamente ai videogame, e il primo frutto di questa innovazione è stata la realizzazione di Matrix online, nuovo capitolo della saga esclusivamente per playstation, X-Box e PC.
Il meraviglioso digitale si liquefa, trabocca dagli argini della fiaba per essere riassorbito dalle logiche del marketing, scorrendo lungo i canali della mercificazione fino a colonizzare l’ultima isola di emancipazione individuale, l’immaginario, come preconizzato dai filosofi della Scuola di Francoforte. L’immagine nell’epoca della clonazione tecnica e della computazione informatica – l’immagine di Star Wars – non ha più dignità, ha smarrito il proprio valore d’uso, il proprio senso, per ridursi a merce di scambio del capitale globale. L’immagine di Star Wars, come ha scritto Fredric Jameson, è essenzialmente pornografica, svende il proprio corpo al miglior offerente, si prostituisce per un pugno di dollari. La velocità che spreme, consuma, smercia e ricicla l’universo di Star Wars (compresa la prima trilogia, costretta in ogni nuova edizione a subire trasformazioni, manipolazioni, interpolazioni) smarrisce inoltre, come tra i primi ha messo in luce Vilém Flusser, l’orizzonte della linearità, l’idea di organizzazione cronologica, di progettualità, in ultima analisi di coscienza storica, per (in)definirsi come superficie trasparente e informe, satura di immagini ed eventi, di immagini evenemenziali secondo la formula di Jean Baudrillard: l’immagine come unico ed esclusivo evento, come esperienza paradigmatica, autosufficiente, seppur subito inghiottita dall’oblio audiovisivo. Homo sapiens razionalizza l’universo, homo faber lo manipola, homo oeconomicus ci guadagna sopra e homo consumans lo divora fino all’autoannientamento.
Eppure, si rivela a noi spettatori di eventi, quest’immagine priva di essenza mobilita sbalorditive frenesie, e nel viaggio subacqueo di Episodio I, fatalmente concepito come livello di videogioco, esperiamo ancora, con più intensità in quanto visibile, e poiché visibile reale, il meraviglioso delle ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne; l’universo fantasmagorico si popola di ibridi teriomorfi, di creature sperimentali, di organismi frutto di evoluzione transcosmica; mentre homo consumans foraggia il sistema della mercificazione globale acquistando il biglietto di ingresso nella caverna capitalistica, homo imaginarius sazia la propria fame di sur-realtà nelle fughe interstellari, testimoniando la verità dell’affermazione di Thomas Eliot: “L’umanità non può sopportare troppa realtà”. Nella lotta degli eroi galattici si rinnova il mito campbelliano dell’eroe archetipico, dall’inizio della storia umana matrice dell’identità antropologica e maschera del desiderio d’immortalità, come pure il “mito d’oggi” di Roland Barthes, metadiscorso senza oggetto comandato dalla classe “borghese”. Nei miti della frenesia mitopoietica consumistica, sempre più serrati, ripidi, intensi, ci identifichiamo, e l’evento-immagine, nuova natura dell’esperienza, ci modifica e retroagisce sulla nostra visione del mondo, si fa sguardo meravigliato dell’infanzia (Tanto tempo fa, in una galassia lontana…), accende e spegne le nostre inquietudini, fomenta e neutralizza le nostre paure, snatura e intensifica i desideri, mentre la mente plastica ed emotiva caricata a forza sull’imponente quadrimotore della tecnica-scienza-industria-commercio si rimodella e arricchisce il cosmo immaginativo, forma a sua volta di nuove realtà cognitive. La hybris prometeica dell’era della techne plasma anche la bellezza idealizzata di Pigmalione, mentre noi, soggettività trasmigranti tra memoria e oblio, estromessi da linearità, progettualità, teleologie, conferiamo e riconferiamo senso a un’esistenza in cui convivono e si scontrano tutti i significanti. C’è forse esperienza più lirica di questa, per homo complexus smarrito nel kosmos dei segni?
La catastrofe della tecnica auspicata da apocalittici come Paul Virilio diventa dunque nevrotica (nel senso conferito alla parola da Edgar Morin ne L’identità umana: “Ogni nevrosi è un compromesso tra la mente e il reale, che suscita condotte e riti che attenuano o scongiurano la sua crudeltà”) prosecuzione della lotta dialogica e auto-eco-organizzatrice di sofferenza e godimento, res cogitans e res extensa, universi simbolici e universi reali, Apollo e Dioniso, Prometeo e Pigmalione, prosa e poesia, Obi-Wan Kenobi e Anakin Skywalker, Ying e Yang, elementi, forze, energie imprescindibili le une dalle altre, presenti l’una nell’altra, l’una ragione dell’altra.
Non possiamo sfuggire al complesso gioco di creazione-distruzione dell’immaginario contemporaneo, alla beffa di un mondo in cui la condizione più commerciale e pornografica abita il luogo stesso della realizzazione poetica, come in Star Wars.