NON L'HO VISTO NON MI PIACE
(rubrica di cinema in simpatia di Simone Bedetti per il blog di Gago e lamerotanti.com)
MILLION DOLLAR BABY
Non ho potuto vedere Million Dollar Baby di Clint Eastwood perché ho sognato che mentre entravo in sala incontravo il fantasma di Bruce Lee. Il mondo, come spesso accade nei sogni, non quadrava del tutto. Per esempio, non riuscivo a farmi spazio tra le persone assiepate in fila: mi voltavano le spalle ed erano più alte di me, impedendomi ogni accesso a un visibile più esteso della cerchia dei corpi. Inoltre il cinema era in realtà un ristorante cinese. Anche Bruce Lee mi voltava le spalle. Indossava un maglione aderente di cotone e acrilico, giallo e a collo alto, in stile anni Settanta, e teneva i gomiti poggiati sul bancone del bar, pescando con le bacchette nuvole di popcorn dal bicchierone di carta. Una cosa che rammento è che non percepivo odori (l’altra notte invece ho sognato che mangiavo un involtino primavera e riuscivo a gustarne ogni sfumatura di sapore, come se il palato possedesse non solo l’abilità genetica di distinguere le singole molecole e dosarle minuziosamente, secondo una sapiente gerarchia di fragranze, ma anche quella poetica di avvolgere in ogni molecola le parole più belle, in modo che questa, irrorando il palato, rendesse capace la mente di comprenderne appieno l’esperienza, e di saperla descrivere con termini inequivocabili. Allora ho capito il significato di un’espressione che ho letto in un libro e mi ha commosso: “nutrirsi dei sogni”). Bruce Lee si è voltato e ho notato che indossava anche un paio enorme di occhiali da sole, è così d’altronde che si è impresso nel mio subconscio; ha proteso il braccio verso di me e, unendo indice e medio, li ha mossi impercettibilmente, due volte, nel gesto classico, secco e sprezzante, dei suoi film, quando scocca una sfida al nemico. Io mi sono avvicinato con timore e gli ho detto che ero felice di vederlo e che a mio modesto parere è impressionante come il suo mito sia rimasto così profondamente radicato nell’immaginario. Bruce annuiva, fissando le pale di metallo della macchina dei popcorn e masticando silenziosamente. “Poi non è incredibile,” gli ho detto, “il fatto che Stephen Chow in Shaolin Soccer rinnovi il tuo mito in modo così radicale, cioè che un film così apparentemente idiota veicoli in realtà messaggi fondamentali e riesca a trasfigurarti in valore, a istituire un’identità tra la tua leggenda e lo spirito della filosofia Shaolin? E non è ancora più incredibile che, attraverso di te come mito fondatore, Stephen Chow sia l’unico – hai presente no la scena finale, quando i manager fanno Tai Chi davanti all’azienda, e poi saltano sul tetto dell’autobus gridando all’unisono mentre una panoramica aerea scopre l’intera città in festa, rinata sui principi della tradizione – lucido critico delle trasformazioni epocali della Cina e del mondo, l’unico, oggi, capace di affrontare la violenza dell’irruzione del capitalismo nel suo Paese e di rivendicare l’originaria tradizione spirituale di quest’ultimo? Non è incredibile cazzo,” e mentre parlavo mi scioglievo in lacrime, e le lacrime traboccavano in parole, come se l’essenza liquida della mia identità, corpo e anima, liberatasi finalmente dalla necessità di assumere una forma, tracimasse dagli argini dell’inconscio e si spargesse sul pavimento, “non è incredibile che tutto questo l’abbia capito soltanto un demente?” “Anche Wang Shuo,” ha precisato Bruce Lee. “Wang Shuo,” mi sono permesso di contraddirlo, “acqua e fuoco, puro e impuro, siamo sempre lì, l’Eden perduto, adesso poi con Einaudi Stile Libero ogni scrittore cinese diventa un maledetto, sembrano tutti nipoti a mandorla di Bret Easton Ellis, la metropoli e il sangue, l’amore e la carne, la svendita della merce e la purezza perduta, lo capisco mi pare, lo capisco, ma non ne vengo fuori,” parlavo e piangevo, piangevo e parlavo, “non ambisco alle vette né agli abissi.” “Senti,” gli ho proposto, folgorato da un’intuizione, “ma perché non ci uniamo: tu, io, Jimmy Wang Yu, Jackie Chan, Jet Li, Van Damme e Steven Seagal magro, cioè ai tempi di Nico, e facciamo… qualcosa? Adesso non so ancora cosa ma pensiamoci, eh? Ti va, Bruce? Poi ci tenevo a dirti che ho chiesto a Balboni, Balboni Video no?” Bruce ha annuito, “che poi in realtà è Davide Nanni, Balboni è quello che c’era prima di vendere a Nanni, pensa che all’inizio Balboni aveva un negozio di elettrodomestici poi si è messo a noleggiare vhs ma a differenza di tutti gli altri negozi che man mano svendevano i film lui li ha tenuti, tanto che adesso ha un archivio enorme, trovi le cose più rare e preziose, è l’unico per esempio dove trovi I guerrieri dell’anno 2072 di Lucio Fulci, un buon post-atomico italiano. Con Balboni ci lavoravano anche il figlio e la moglie, è stata la moglie ad avere l’idea di conservare i film, di non venderli intendo, quindi si deve soprattutto a lei se da Balboni si trovano tutti i film, o perlomeno molti.” “Va’ avanti,” mi ha sollecitato Bruce. “Dicevo che a Balboni gli ho chiesto speranzoso se i film di Van Damme escono ancora a noleggio, e lui sai che mi ha risposto?, mi ha risposto: ‘Poco… qualche rumeno…’ Ti rendi conto? I rumeni! Ma questo non dimostra proprio quanto vado sostenendo da sempre in merito al nostro cinema, eh, Bruce? Cioè il fatto che sia questo, paradossalmente, il vero cinema d’autore? Il cinema per pochi, intendo dire, il cinema della minoranza, il cinema marginale e quindi il cinema vero? Cazzo non siamo di fronte di nuovo a un dato preciso, a un dato cruciale? I rumeni, ti rendi conto, i rumeni…”, mormoravo traboccando lacrime, “i rumeni, i rumeni, non è incredibile…” Bruce mi ha posato una mano sulla spalla e con voce compassionevole mi ha detto: “Mi dispiace, ma è soltanto un problema tuo.” “Lo so, Bruce, lo so…” e anche di questo ero finalmente consapevole e intanto piangevo, piangevo e non avrei mai voluto smettere di piangere, perché più piangevo e più mi sentivo leggero, leggero e libero, libero di soffrire felice, come fossi appena nato.